Stampa
06
Mag
2007

AL CASTELLO DEL BUONCONSIGLIO DI TRENTO LA MOSTRA : ORI E CAVALIERI DELLE STEPPE

Pin It

 Collezioni dei musei dell’Ucraina Sarà la grande mostra allestita a Trento al Castello del Buonconsiglio dal 1 giugno al 4 novembre 2007. L’immensa vastità delle steppe che dalle foci del Danubio si estende fino al cuore profondo dell’Asia, ai limiti delle “Civiltà”, ha suscitato da sempre l’attenzione di geografi, storici e scrittori. Dominate per millenni da guerrieri nomadi che eccellevano nell’uso del cavallo e dell’arco, le steppe sono state fonte e luogo privilegiato per narrazioni mitologiche e celebri pagine di letteratura.

Le fonti scritte che parlano di popolazioni nomadi come gli Sciti, i Cimmeri, i Sarmati, gli Unni, gli Avari e i Goti, sono influenzate dall’immagine di popoli selvaggi restituita, a partire da Erodoto, da altri storici greci. 

Sono popoli che non hanno lasciato testimonianze di città, monumenti o testi scritti: la loro storia e la loro cultura è affidata ai preziosi oggetti d’oro rinvenuti nelle tombe dei principi. Proprio questi simboli di potere e di prestigio dell’aristocrazia nomadica, scoperti dall’Ottocento fino ai nostri giorni nei sepolcri che punteggiano le ampie steppe dell’odierna Ucraina, sono il filo conduttore della mostra Ori dei cavalieri delle steppe che aprirà al Castello del Buonconsiglio di Trento il 1 giugno 2007.

Si tratta di circa 400 oggetti, provenienti dai più importanti musei dell’Ucraina e in gran parte presentati per la prima volta in Italia: armi sontuose, preziosi gioielli, diademi, orecchini, braccialetti ma anche finimenti di cavallo da parata, servizi cerimoniali per il simposio e il banchetto, risalenti ad un arco di tempo compreso fra il primo millennio a.C. e l’invasione dell’Orda d’oro (i Mongoli) nel XIII secolo d.C.
 Rispetto alle rassegne che negli ultimi trent’anni hanno fatto conoscere in Italia alcuni di questi popoli (la prima fu a Venezia nel 1977), questa mostra si propone di offrire una nuova prospettiva di lettura relativa alle espressioni comuni e peculiari delle classi dominanti delle civiltà nomadiche, alla luce di fonti scritte, archeologiche ed etnografiche, a partire dall’Ucraina, porta orientale d’Europa e crocevia di antiche popolazioni nomadi che hanno profondamente influenzato la storia dell’Occidente.

Dagli antichi geografi e storici la qualifica di “nomadi” e il conseguente stile di vita “barbaro” è messo in netta contrapposizione con quello greco, fatto di   polis- città con un proprio ordinamento socio-politico stabilizzato. Per oltre due millenni, dall’età del Ferro fino al Medioevo, si è consolidata nell’area eurasiatica l’immagine stereotipata di un netto contrasto fra nomadismo-allevamento,da un lato, e sedentarietà-agricoltura dall’altro. La realtà appare però decisamente più complessa, dal momento che sono note più forme di organizzazione socio-economica e strategie differenziate di sussistenza del nomadismo.

 Una forte  antitesi fra il mondo “civile” e quello barbaro e selvaggio riguarda in particolare il banchetto, la pratica più connotante e caratterizzante dell’ideale aristocratico greco, e l’uso del vino che viene messo in contrapposizione alla costumanza dei nomadi di bere latte, tanto è vero che nell’epica omerica sono indicati come “mungitori di giumente”, una qualifica che attesta anche l’allevamento di cavalli nel quale eccellevano i nomadi.
Il percorso si apre con una sezione a carattere introduttivo, dedicata alle culture di agricoltori e allevatori sedentari del IV-III millennio a.C. attestate nelle steppe prima dell’affermarsi delle popolazioni nomadiche. Fra gli oggetti di maggiore interesse spiccano statuette in terracotta che rappresentano idoli o divinità (secondo parte degli studiosi la Dea madre), e un rarissimo modello di carro (una kibitka del I-II sec. d.C) proveniente dal museo di Odessa che restituisce l’immagine della “casa mobile” dei nomadi. In mostra vi è anche un modellino di abitazione in argilla, carico di significati simbolici. Il singolo ritrovamento di analoghe “case in miniatura” nella parte nord-orientale della Bulgaria fa ipotizzare che questi modellini di casa rappresentino lo spirito protettore della casa e del villaggio.

Per evocare la mobilità dei nomadi sarà esposta anche una splendida Yurta , la grande tenda di feltro e legno in uso presso le ultime popolazioni semi-nomadiche dell’Altaj. All’interno della tenda si potrà respirare l’atmosfera suggestiva della vita nelle steppe, grazie anche al variopinto arredo originale costituito da tappeti, mobilio, finimenti per cavalli e oggetti dalla valenza cerimoniale e simbolica. La tenda, concessa straordinariamente in prestito dall’Università di Bologna è stata recentemente restaurata (www.sma.unibo.it.)

  Nella seconda sezione si entra nell’immaginario fantastico e mitologico dell’arte animalistica, la più alta espressione artistica degli antichi nomadi delle steppe. Qui l’attenzione è catturata in particolare da una splendida coppa rituale, interamente d’oro, decorata ad altorilievo da sei teste di cavallo la cui disposizione circolare sembra suggerire la ciclicità delle stagioni e del tempo e dalle forme sinuose di un piccolo delfino in oro e cristallo di rocca.

La terza sezione è dedicata allo sfarzo e al lusso che caratterizzavano lo stile di vita, l’abbigliamento e il gusto delle principesse nomadiche. Splendidi ornamenti d’oro che richiamano complessi ricami sono affiancati a pendenti e orecchini in materiali preziosissimi che manifestano il gusto quasi smodato dei nomadi  per il lusso.

Grande attenzione merita in questa sezione il girocollo con pendente a farfalla, in oro e paste vitree del I secolo d.C., presentato per la prima volta in Italia, e rinvenuto lungo le coste del Mar Nero che  si richiama ad un modello documentato nella tomba di una principessa dei Sarmati sepolta nella steppa di Budjok.
 Il visitatore avrà la possibilità  di addentrarsi nella ricostruzione ideale di un grande tumulo funerario, il Kurgan la tomba dei cavalieri nomadi dove venivano sepolti gli esponenti dell’aristocrazia principesca con il corredo funerario. Punto di riferimento geografico, sorta di “piramide” all’interno dell’ampio spazio delle steppe, il tumulo era luogo simbolico dei valori culturali, sociali e sacrali di un’intera comunità.

Il soggetto della quarta sezione è il trionfo del principe nomade e del suo potere politico, militare e sociale, espresso nelle spade rivestite d’oro, nelle cinture ornate da sontuosi elementi e negli elmi che sottolineano la forza e l’autorità dei cavalieri delle steppe. Tutta la ricchezza e la sontuosità dello status principesco è inoltre espressa nei pettorali d’oro, d’argento e pietre semipreziose, autentici capolavori di orafi raffinatissimi destinati a celebrare sovrani in vita e dopo la morte.
La quinta sezione raccoglie rappresentazioni in oro, argento e terracotta di cavalieri dominatori delle steppe, elaborate bardature in oro e argento per la testa dei cavalli, alcune di recente scoperta, che testimoniano come anche l’ornamento del destriero dovesse rispecchiare l’alto rango del principe. In mostra vi saranno gli innovativi morsi di cavallo in uso presso le tribù dei Cimmeri tra l’VIII e il VII sec. a.C. che attraverso scambi con le aristocrazie del centro Europa modificarono le tecniche di combattimento a cavallo.

Vasi di manifattura greca e corni potori per la mescita del vino con rivestimenti figurati in oro, elementi principali del banchetto, sono alcuni dei tesori raccolti nella sesta sezione, insieme ad una serie di pedine e pezzi in avorio degli scacchi, gioco per eccellenza di simulazione di battaglie e catture. La vita aristocratica dei principi delle steppe è esemplificata da numerosi oggetti in materiali preziosi che ben attestano, oltre allo sfarzo e alla ricchezza della loro vita di corte, anche gli ampi e profondi rapporti culturali esistenti fra le popolazioni storiche del Mediterraneo e il mondo delle steppe.
Numerosi sono i capolavori d’arte, così come gli oggetti dal significato magico-religioso, rituale e simbolico legati al potere degli sciamani nella settima sezione, dedicata alla religiosità e al culto. Specchi in bronzo con il manico zoomorfo, vasi decorati con figure di animali, coppe rituali d’oro e d’argento e ancora un elaboratissimo coronamento d’asta con la raffigurazione di una divinità e diversi pendagli sono esposti insieme ad un particolare vaso aureo decorato con scene di lotta animale sbalzate su quattro registri differenti.

La mostra è curata da Gianluca  Bonora, specialista in archeologia dell’Asia e da Franco Marzatico, direttore del Castello  del Buonconsiglio di Trento. Il progetto allestitivo, che si sviluppa su 1400 metri quadrati  in 14 sale, è a cura dell’architetto  Michelangelo Lupo. Modelli e ricostruzioni a cura  di Luigi Giovanazzi.  Il comitato scientifico è costituito da Gianluca Bonora, Maurizio Cattani, Sergey Chiakovsky, Paul Gleirscher, Maria Teresa Guaitoli, Dionis Kozak, Franco Marzatico, Giuseppe Passatelli e Maurizio Tosi.