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13
Nov
2007

ALLA CAMeC DI LA SPEZIA UNA VIDEO INSTALLAZIONE DI OTTONELLA MOCELIN E NICOLA PELLEGRINI

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We sit and watch the sunset. What does it know of waiting, anticipation and disappointment a million time in one day? (Ci sediamo e guardiamo il tramonto. Che cosa ne sa di attesa, aspettativa e delusione, un milione di volte al giorno?) Video installazione su tre schermi, 15’ ca.Inaugurazione giovedì 22 novembre 2007 ore 12.00 con la presenza degli artisti


In occasione del Premio Exodus 2007 che si terrà alla Spezia dal 22 al 24 novembre - una edizione speciale che coincide con il Sessantesimo Anniversario della partenza della nave Exodus dal Golfo spezzino - l’Associazione Amici del CAMeC Centro di Arte Moderna e Contemporanea della Spezia – con il supporto fondamentale della Istituzione per i Servizi Culturali del Comune della Spezia, del CAMeC Centro di Arte Moderna e Contemporanea della Spezia e con la collaborazione de La Marrana arteambientale di Montemarcello – presenta una emozionante video installazione degli artisti Ottonella Mocellin e Nicola Pellegrini.

Exodus fu l’occasione di speranza per i primi gruppi di ebrei che tentarono il ritorno alla Terra Promessa, partendo dalla Spezia, in un avventuroso viaggio; la video installazione ha per tema essenziale la tragedia quotidiana oggi in Israele e in Palestina, attraverso le parole dello scrittorie israeliano David Grossman e della giornalista palestinese Leila El Haddad.
Come dicono i due video artisti “questa video-installazione a tre schermi nasce da una riflessione su alcuni aspetti della vita quotidiana in Palestina e Israele.

Partendo da una serie di blog ed articoli pubblicati su internet, ci siamo concentrati sulla contrapposizione tra controllo e terrore, sicurezza e strumentalizzazione della paura e sulla dicotomia spaesamento/appartenenza che caratterizzano la vita in quelle zone.  Il nostro lavoro, che cita principalmente tre fonti, è stato quello di dare voce e mettere in relazione le parole di Leila El Haddad, giornalista palestinese che vive a Gaza, e quelle di David Grossman, scrittore israeliano che vive a Gerusalemme ed esponente di rilievo di Peace Now. La terza fonte è il poeta palestinese Mahmoud Darwish, di cui abbiamo illustrato parte di un saggio sui fiori palestinesi, intesi come simbolo di bellezza fertilità e fragilità di quella terra contesa e bagnata dal sangue….. È di tutte e due le parti la sensazione di vivere dentro ad una bolla ermetica, come la denuncia di una costante condizione di precarietà. La disintegrazione della propria identità causata dal fatto di essere soggetti al controllo dell’altro. La preoccupazione nei confronti dei propri figli, la difficoltà nello spiegare, il desiderio di nasconder loro almeno una parte della verità.”