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20
Giu
2007

GIOVEDÃ 21 GIUGNO INAUGURAZIONE A PALAZZO ROSSO DELLA MOSTRA DI GIULIANA TRAVERSO "SCATTI AL CUORE"

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Verrà inaugurata giovedì 21 giugno alle ore 18.00 a Palazzo Rosso la mostra “Scatti al cuore – fotografie di Giuliana Traverso” che rimarrà aperta al pubblico dal 22 giugno al 23 settembre. Giuliana Traverso ci regala una mostra intrigante e di grande fascino: un suggestivo viaggio nelle pieghe del nostro inconscio attraverso centinaia di scatti fotografici, organizzati con ritmo serrato e incalzante sopra sei pannelli di grandi dimensioni, ed esaltati da improvvisi ingrandimenti.

Figure artificiali, corpi mollemente abbandonati al sole, strade lunghe e oscure, grandi spazi neri dove si riflette il volto, evocano nello spettatore emozioni e sentimenti contraddittori, e lo accompagnano lungo sequenze in cui oggetti e scorci inusuali si alternano a brani di vita quotidiana, che assumono, attraverso l’occhio attento della fotografa, significati nuovi e inaspettati.    

Una meditazione, logica ed emozionale a un tempo, sopra i grandi temi della nascita e della sofferenza, e sul mistero della morte, condotta senza retorica, ma con elegante acutezza, e pure un pizzico di ironia, da una maestra della fotografia italiana, accompagnata da un raffinato catalogo.    

La mostra è ospitata nella straordinaria cornice dei genovesi Musei di Strada Nuova, che offrono al pubblico, all’interno del rinnovato percorso espositivo, spazi dedicati alla fotografia, liberamente aperti al pubblico.  
 

orario: martedì-venerdì ore 9,00-19,00; sabato e domenica 10,00-19,00

ingresso libero

Catalogo Editore Valdonega

 

“Nel codice genetico della fotografia sembra iscritto un indissolubile legame con il mondo reale. Le immagini nascono dagli oggetti, che creano con esse un asse fisico, una traccia che rimane materialmente impressa, attraverso la mediazione della luce, su un supporto sensibile. La forza e il fascino della fotografia derivano, in larga misura, da questo ambiguo e concretissimo rapporto.

Stando a questo assunto, dunque, la morte non si può fotografare, poiché, come oggetto, essa, semplicemente, non esiste. Esistono dei corpi senza vita: e di questi la fotografia si è cibata, da sempre, per gli scopi più disparati, in contesti diversi, rendendoli infine parte della nostra quotidianità, percepiti con indifferenza. Ed esiste poi un’infinita gamma di umani, contraddittori, veri ma impalpabili sentimenti, di fronte alla morte e ai corpi senza vita: paura, angoscia, desiderio, rimpianto, dolcezza,  sgomento, dolore, rifiuto…

Ecco, è ai sentimenti che Giuliana Traverso ha voluto dare figura. E, non potendo fissare su pellicola la tangibile traccia dei nostri, e suoi, fantasmi – anche se la fotografia, nella sua ormai lunga storia, ha compiuto anche questa mistificazione, ingannando e negando se stessa -, ci costringe, guardando le sue immagini, a dare forma e corpo alle nostre emozioni, a proiettarle negli spazi scuri che ritmano il suo racconto.

Perché è un racconto per immagini, quello che ci sta di fronte: composto all’apparenza per libere associazioni, in realtà costruito con logica e rigore, alternando serrate sequenze, a volte serene ma più spesso amare, sempre pregnanti, a evocative, isolate  immagini. La morte assume la disumana sembianza di un macello, si insinua minacciosa lungo una strada oscura, si afferma nell’inesorabile, simbolica teoria di croci, si infiltra allusiva in un corpo abbandonato al sole, si fa metafora inquietante nei corpi artificiali, dall’uomo creati e dall’uomo distrutti, assume infine, con le sembianze di un bimbo mai nato – ossessiva presenza soffocata forse nel profondo di ogni donna - il declamato aspetto dell’incubo. Non a caso l’acqua, elemento simbolico e primordiale, ritorna più volte, e fa da sfondo al tramonto, al volo dei gabbiani, ai corpi abbandonati. A tratti, la fotografia nega se stessa, dilatandosi fino a rendersi irriconoscibile, puro ed evocativo segno grafico; per  amplificarsi, in fine, riproponendo fotografie di volti ripresi in vita e posati sulla sepoltura, a esorcizzare l’oblio, e invocare l’immortalità.

Dopo l’incubo c’è, di norma, il risveglio: a volte faticoso e sofferto, a volte sorridente. Il ritorno alla realtà che ci propone Giuliana, la fine del racconto – della commedia, si potrebbe a questo punto dire -, è garbato e sorridente: come si addice alla persona. E’ giusto dare corpo e forma ai nostri fantasmi; non negare la morte, ma dare ad essa spazio, nel cuore e nelle viscere; accettare i suoi tangibili segni nei luoghi deputati, e spesso fuggiti, e nel nostro quotidiano; meditare sopra di essa. Ma alla fine, signori, con un sorriso, distacchiamoci da questo pensiero, e con un sorriso ritorniamo alla vita. Grazie, Giuliana”.    

Elisabetta Papone

 

“I grandi tableaux di turbamento realizzati da Giuliana Traverso dove vogliono portarci? E che cosa sono nella loro messinscena di fotogrammi in successione che adducono a un sistema periodico della visione?

Sembrano intanto aprire un varco verso la “fotografia pensata” che, opponendosi a quella dell’ “istante decisivo”, decreta la necessità di fornire la camera di un terzo occhio, quello del pensiero. In questo ambito il fotografo, lasciando libero corso alla sua immaginazione, eludendo perciò la casualità dell’unico scatto che produce un’unica fotografia, esprime una visione simbolica del mondo e “traduce” – scrivendo un racconto con fotogrammi-parole – la propria realtà interna, mette in scena i suoi fantasmi.

Fotografia allegorica perciò, la quale, attraverso l’eccesso della citazione crea straniamento e quindi il delirio della visione. Ne conseguono tavole d’illusione e viaggi nell’impossibile “…    

Giuseppe Marcenaro

 

… “Queste immagini bisogna guardarle con la pelle e avvertire la precarietà di questo involucro esposto a non si sa quale divenire. Leggere da sinistra a destra e dall’alto in basso, nell’unico modo possibile e irreversibile; come il tempo. Ed è il tempo che c’è e, che forse non ci sarà, che guardando questi bianchi e neri ci serra la gola e il cuore. Quel muscolo ormai raro da reperire che la Traverso nasconde, ma che è, forse dolente, l’ingrediente fondamentale di ogni suo lavoro.

C’era una volta la fotografia. Coglieva il frammento del tempo e fissava il “di fuori” in un’immagine. La Traverso ha valicato il limite ed è entrata dentro. Se avete il passo giusto, accomodatevi, signori”.

Divo Gori
 
 

…”E se nella fotografia di Giuliana Traverso si incorre in una tendenza all’impossibilità, quell’impossibile è lei, andata volontaria nelle strettoie della ricerca. In qualche modo, spessissimo, fa centro e tante sue fotografie sono soffuse dell’arte di rendere la vita più vera, più viva, più intelleggibile. Intanto Giuliana si permette di porre le sue immagini più diverse sul sentiero dell’unità. Per realizzarla ritorna e poi si allontana e poi arriva alla chiusura del suo personale cerchio; infatti altre immagini si sono precipitate dentro e si deve condurle all’unità. É questo andare e venire che stabilisce lo stile della sua architettura fotografica. A questo si accoppia, nella fotografia, una tensione verso l’infinito, nata da una intuizione abbinata alla saggezza  che nel suo sentire non è quasi mai una precauzione ma un rischio, raramente un’accettazione. Essa è infinito, sorpresa; è quella che non ha situazioni scontate. È imprevista, l’inatteso – Giuliana Traverso è insomma una ribelle mistica, coi piedi sulla terra”…

Gianna Ciao
 

“Di fronte ai lavori di Giuliana Traverso si è talvolta spiazzati perché non sempre si possono classificare secondo le consuete categorie di ritratto, paesaggio, reportage. Ci sono questi elementi, ma spesso commisti in una visione più ampia e generale che li sintetizza caratterizzando lo stile di una fotografa che, per sottolinearne un solo  aspetto, si trova a suo agio con il colore, con il bianconero ma anche con l’antica tecnica del viraggio.

“Ora però – spiega illustrando il suo più recente lavoro – ho fatto una scelta più radicale sia dal punto di vista stilistico che da quello del significato che queste fotografie assumono per me e, spero, anche per chi le osserva. Tutto nasce da una mia importante e profonda esperienza personale che ho voluto trasmettere”…

“È di fronte a tutto ciò che ci lasciamo cullare dalla speranza, ci abbandoniamo ai segni rassicuranti delle parole, ci soffermiamo sui simboli. Resta il mistero: quello del battito d’ali di un angelo, quello di un grande cielo sotto le cui volte ci sentiamo minuscoli. Anche se, talvolta, quel cielo ci appare invece vicinissimo, come se lo potessimo afferrare, farlo prigioniero e conservarlo in una sfera di cristallo da osservare ogni tanto, forse solo per chiedergli  conferma del nostro essere vivi”.

Roberto Mutti
 

“Fosti giovane, un giorno.
Giovane, come me.
Che sfortuna, quel giorno,
defungesti. Io no.
Fosti giovane, e solo
per gioco, ogni pietra
di strada percorresti felice,
presumo: pavimento,
non tomba, però”…

Stefano Bigazzi