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20
Ott
2007

LA SPEZIA PERFORM CONTEMPORARY ART BODIES TO LOSE

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William & Blake: dietro questo pseudonimo debitamente scelto, che ci risucchia indietro nel tempo in un’atmosfera visionaria e fantastica, si cela un giovane artista inglese, giovane ma non così legato ai miti della sua generazione, in primis quello della notorietà e della “sindrome da copertina”, poiché già ben distingue la differenza sostanziale tra l’essere e l’apparire. Tematica cara agli psicanalisti di fine Ottocento, ai grandi poeti e scrittori europei del secolo passato, oggi sempre più banalmente e ipocritamente additata come una delle degenerazioni della società contemporanea, l’abisso sempre più profondo tra la coltivazione dell’essere, o essenza, e la messa in mostra dell’apparire, o manifestazione, è forma mentis di cui è impregnata la nostra società, vuoi per la trattazione a livello filosofico di uno dei due padri del pensiero occidentale, ovvero Platone, vuoi per la religione cristiana che ha da subito scisso l’essere umano in una parte immortale, l’anima, ed una mortale, il corpo. Ecco che dunque il corpo, le spoglie mortali, vengono raffigurate, a livello iconografico o letterario, al pari delle sofferenti Prigioni di Michelangelo, come gabbie, costrizioni di cui liberarsi per raggiungere la vera vita, quella eterna e pura, non un simulacro di essa. William & Blake ribadisce tutto questo: rielabora artisticamente questa indistruttibile dicotomia con un lavoro dall’espressività artigiana nel suo configurarsi come minuzioso e sapiente sia nei tratti sia nelle stesure dei colore privi di errori e ben temperati. Insiste inoltre con entusiasmo nella riscoperta ed esaltazione del gusto raffinato e tattile della tecknè (ormai da tanti giovani autori erroneamente abbandonata) svelando con questo procedimento sopraffino la sua familiarità con l’antica e faticosa procedura dell’incisione. Con alle spalle questo raro bagaglio tecnico, appropriandosi di una pittura che possiamo definire al limite, William & Blake ci catapulta in situazioni anacronistiche per la sensibilità contemporanea ma estremamente toccanti e coinvolgenti nella loro brutalità: scene che potrebbero essere visioni o sogni i cui protagonisti, poveri animali indifesi colti nel momento del trapasso, non sono altro che metafore di una riflessione più profonda sul tema della morte e delle esperienze nell’aldilà. Della morte l’autore ora mette in evidenza il patimento, come avviene in Farewell speech, Deer’s vision, Giant’s death e Northen sand, in cui i primi piani quasi fotografici dei volti degli animali contribuiscono a caricare la drammaticità della scena e a far sentire lo spettatore partecipe e allo stesso in qualche misura anche carnefice dell’avvenimento cruento; ora mette in evidenza l’aspetto misterioso e mistico del trapasso in cui l’anima, o essenza, lascia la sua prigione per elevarsi ad una dimensione di perfezione e beatitudine come vediamo in Bye bye Pussy e Cetacean on fly. In queste due ultime composizioni William & Blake svela la sua poetica sulla metempsicosi, sulla liberazione dell’anima, avvenimento positivo, in quanto parte del viaggio verso l’Assoluto, ma anche momento del distacco dai beni e affetti terreni: Pussy è il tipico gatto con cui si è condivisa la casa la cui morte non può che generare un senso di vuoto e assenza, mentre i delfini rappresentano i giganti buoni del mare, gli amici marini degli uomini per antonomasia. In entrambe queste composizioni l’artista si appropria della classica iconografia della morte, rispettandone a pieno canoni e convenzioni: in basso il corpo morto, il Negativo, in alto il soffio vitale, il Positivo; il corpo abbandonato viene descritto in modo realistico con una colorazione del tutto naturale, mentre l’animula è raffigurata da una serie di tratti bianchi su fondo scuro a sottolinearne l’immaterialità, l’inconsistenza fantasmatica che ritroviamo anche in Deer’s vision. In Farewell speech la scena diventa più ambigua in quanto i caprioli che corrono sullo sfondo possono alternativamente essere interpretati sia come un ricordo dell’animale morente in primo piano, sia come già futura vita di libertà e festosità. In tutte le composizioni in mostra l’autore esprime la “nozione” della morte, il mistero che, aldilà delle numerose e differenti credenze e religioni, essa cela; la morte come dramma in quanto “luogo” del non esperibile, del non scibile, dell’incognito. Mentre con Giant’s death e Northen sand William & Blake sembra accarezzare, sfiorare, un’ulteriore poetica, anch’essa di matrice classica, propriamente kantiana: l’Assoluto della Natura, la sua immensità lacerante e incommensurabile per l’animo umano e la piccolezza dell’uomo, la sua finitezza se paragonata alla maestosità e potenza della Natura. Ecco allora che due balene, seppur ferite, sconfitte e arenate, con tutta la pesantezza del mastodontico corpo, non possono che farci riflettere sulla piccolezza, fisica e spirituale, dell’Uomo: il passaggio della nostra attenzione dapprima focalizzata sull’animale morente e quindi sulla nostra finitezza avviene attraverso l’inserimento, in entrambi i quadri, di due figure maschili che, seppur accennate dall’autore con brevi e veloci tratti, non possono che spingerci verso questo paragone lasciandoci, anche in questo caso, uno strano stato di colpevolezza non elaborata. L’ultimo lavoro ad essere stato a me presentato per questa mostra italiana di William & Blake è un quadro sorprendente, inaspettato per certi versi, intitolato Bodies to lose. Seppur lo stesso titolo richiami alla corporeità degli esseri umani e all’aspirazione verso dimensioni astratte e immateriali, quindi si ritorna al tema cardine della ricerca artistica del giovane inglese, per ciò che concerne più prettamente la dimensione formale l’artista sembra aver deviato il suo cammino. L’opera raffigura il portale posteriore di un camion dal quale traboccano parti di corpi di maiali seguiti nel percorso dal macello ai luoghi della grande distribuzione. A differenza delle altre opere qui è più decisa e incisiva la mano dell’uomo, richiamata dalla tecnologia del mezzo di trasporto e dall’amputazione dei corpi degli animali. Quindi il senso di colpa solo celato e strisciante nelle opere precedenti diviene, in Bodies to lose, manifesto e protagonista. A livello stilistico William & Blake abbandona la dimensione onirica e fantastica che solitamente lo caratterizza e che viene determinata anche dall’ambientazione delle scene in un mondo animale a noi lontano fisicamente e temporalmente, per catapultarci nel mondo crudo e crudele che ben conosciamo dell’oggi in cui anche gli animali divengono merce. A sottolineare questa dimensione reale e tragica concorre uno stile nella stesura del colore e nella definizione delle forme più asciutto e compatto che non permette la visione del supporto, come invece spesso avviene nelle altre opere in cui l’autore “segna”, come stesse incidendo, la base: William & Blake qui si riavvicina alla sua giovane età richiamandoci alla memoria l’asprezza e il paradosso di tanti film cult degli anni Novanta o la spregiudicatezza e la sagacia di un paio di generazioni di fumettisti inglesi e italiani che tanto hanno contribuito alla formazione delle giovani leve.

Bodies to lose
La Spezia
dal 27 ottobre 2007 al 31 gennaio 2008

Sito web: www.performgallery.it