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10
Mag
2007

LA SPEZIA PERFORM CONTEMPORARY ART, SERENA ZANARDI: LIGHT ON DARK

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Inaugurazione 12 maggio 2007 dalle ore 18 alle 21
fino al 31 agosto 2007
a cura
di Giulia Altissimo

Parlare del lavoro di Serena Zanardi cercando di renderne appieno il senso e l’interesse non è cosa semplice. La giovane artista (nata a Genova nel 1978) molto versatile, si dedica con passione in particolare alla scultura e alla fotografia, tecniche con cui ha eseguito i lavori che espone in questa personale alla galleria PerForm di La Spezia.

Ciò che sorprende è la grande capacità narrativa di Serena. Narrativa è la grande abilità nel recepire in un soggetto un attimo, un’espressione, un carattere, un “pezzo” d’interiorità. Narrativa è anche l’abilità nel condensare tutto questo in un oggetto che ci lasci la suggestione di parlarci direttamente, come se la mediazione necessaria all’atto creativo d’un tratto non fosse più necessaria, mantenendo al tempo stesso quell’ambiguità indispensabile al fascino di un’opera, che lascia sfuggire e al tempo stesso intuire mille altri mondi possibili.

Quest’aspetto colpisce ancora di più quando ci si trova di fronte al mondo che vive nelle opere di Serena, che è quello dark, un tema non facile da trattare poiché spesso abusato, vittima di facili stereotipi, punti di vista e caricature espressive che facilmente scivolano nel compiacimento fetish e nella ricerca dell’estremo spettacolare.

Tutto questo è superato dalla grande sensibilità artistica di Serena, che è al tempo stesso visiva e umana, e che sola basta a riscattare questi rischi e produrre qualcosa di profondamente bello (nel senso puramente estetico del termine) ed espressivo.

Le opere esposte nascono da due serie distinte ma in un certo senso complementari.

La serie delle fotografie prende origine da una sorta di incursione fatta dall’artista nei bagni di uno dei più celebri festival gotici della Germania, a Lipsia (“Wave Gothic Treffen”); la serie di immagini ha il sapore di una sorta di backstage rubato, e la genuina improvvisazione degli scatti non è costruita ma reale, come si vede anche dalla sgranatura delle foto, realizzate con una semplice macchinetta digitale.

Le immagini, pure nate in questo modo semplice e immediato, portano una grande carica di suggestione. Le grandi foto stampate su banner hanno l’effetto di una sorta di apparizione, in cui i personaggi che vediamo (mentre fanno la coda per entrare in bagno, mentre non viste attendono il proprio turno) sprigionano tutto il senso della normalità di un ordinato rito femminile, pur incarnando un ruolo fantastico e surreale. Il fascino delle immagini è accresciuto dai contrasti cromatici: gli alti e asettici spazi bianchi delle toilette, con luci al neon fredde e dirette, ci danno la sensazione di spiare queste sagome, nere e plastiche, da una sorta di camera ottica.

Accanto a queste, in minori dimensioni sono stampate foto scattate quasi direttamente a contatto con le ragazze, a un soffio dallo specchio dove queste si aggiustano i capelli, sistemano il trucco e i vestiti. Quel che si diceva a proposito della capacità di catturare un momento emerge proprio in queste immagini, come ad esempio “Pink” o “Pvc”, in cui abbiamo la sensazione che la stravaganza e la stra-ordinarietà dei personaggi che vediamo ritratti cada in una sorta di corto circuito con la totale ordinarietà dei loro gesti, generando in fondo un’immagine di grande umanità, calore e valore narrativo ed espressivo, senza per questo togliere loro quell’aura di ambiguità che accresce quella strana bellezza misteriosa.

Autentici personaggi, in cui il senso dell’enigma si fa più profondo, dove il corto circuito diventa forse più forte, sono quelli ritratti in “Hostess” e “Trevor”, agli estremi dell’ordinario e dello stra-ordinario, in un gioco che scalza le nostre aspettative. Ci attrae questa serie di ragazze assorte, che ci ignorano nel curarsi di loro stesse, che sembrano, con il loro codice di abbigliamento e di trasformazione - seppur creativo e personale, ma pur sempre codice -, far parte di un gioco con regole precise, ma che al tempo stesso sprigionano una forte individualità che non ci è del tutto accessibile.

Altrettanta originalità, ma di tutt’altra natura e forma, è quella che impronta la serie di sculture “Die Dark Disco”. L’idea è nata qualche tempo fa, per una mostra dal significativo titolo “Bela Lugosi is not dead”: una piccola installazione con una serie di statuine (dimensioni, quelle di una Barbie) con le fattezze dei “vampiri” che animano il mondo dark. Li ritroviamo qui rinchiusi - senza che questo abbia alcunché di costrittivo… - in una scatola, una sorta di box, che li separa dall’ambiente circostante, conservandoli in una specie di microcosmo, come fosse un set. Può stimolare la curiosità il sapere che questi personaggi sono in realtà ritratti (piccoli monumenti, come li definisce l’artista) di persone reali, ma il loro fascino non sta solo in questo.

Colpisce, considerato anche le tutto sommato esigue dimensioni, innanzitutto la straordinaria capacità tecnica di Serena - aspetto di cui non sempre si parla, ma che qui è doveroso sottolineare -, potente nel saper condensare in così pochi tratti (con un stile da “sprezzatura”) caratteri, tic, gesti, legami e atmosfere. Nel vedere questo animato piccolo mondo - ricordiamo che l’ideale sarebbe stato allestirlo in un ambiente scuro con luci e musica, come una micro-discoteca -, si ha la strana impressione di presenziare ad una via di mezzo tra un mondo alla Tim Burton e una specie di fumetto gotico, con un pizzico di ironia.  Proprio l’ironia, assieme a una grande capacità empatica, di calore umano, e un raffinato gusto della visione rendono queste interpretazioni del mondo dark così inedite, interessanti, attrattive.

Non possiamo evitare di fare un cenno ad altri lavori realizzati da Serena, che purtroppo non abbiamo potuto ospitare in mostra ma che confermano le doti dimostrate in “Light on dark”. Numerose foto realizzate dall’artista ritraggono incontri, persone conosciute e vissute nelle proprie case. Anzi il termine ritrarre, con la sua carica di prevedibile staticità, tradisce il senso di queste immagini, in cui vediamo volti, corpi, vite, abbandonarsi con tanta fiducia, verità, profondità e dolcezza all’obiettivo di Serena che si ha davvero la sensazione che in quel momento dietro l’obiettivo non ci fosse nessuno a programmare quello scatto. La stessa naturalezza è del resto caratteristica delle sculture realizzate ad omaggio di questi incontri.

La profondità e l’interesse del lavoro di Serena Zanardi stanno forse soprattutto in questo abbandonarsi reciproco tra artista e soggetto, come fosse un fortuito, magico e umanissimo incontro, raccolto da una sensibilità umana e visiva non comune, a generare l’opera d’arte.