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29
Set
2009

NELLA NOTTE DI START CINQUE PERSONALI A PALAZZO STELLA

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GENOVA.Palazzo Stella apre i battenti in occasione di START, la notte delle gallerie genovesi. Giovedì 1 ottobre dalle ore 17:00 alle 24:00 si potranno ammirare le cinque mostre personali appositamente organizzate nelle sei sale di Palazzo Stella . BARBARA DANOVARO - FEDERICA DUBBINI - LAURA BALDO - JANG SAE WOOK - FIORENZA BUCCIARELLI - DINO MIGLIO.
 
BARBARA DANOVARO
 
L’esigenza di misurarsi con l’espressività della materia pittorica è alla base del lavoro artistico di Barbara Danovaro. Un mondo fatto di ferrovie, fabbriche, ponti, stabilimenti, acciaierie ci viene restituito come il lascito testamentario di un’umanità ormai estinta. Un paesaggio lunare dove giganteggiano le moderne cattedrali dell’agire umano, forme in cui si è esaurito il senso più proprio del fare, del produrre. Non c’è aspettativa né fiducia nello sviluppo tecnologico, nella techné come riscatto salvifico, il tempo è fermo e sospeso come lo sono le emozioni più profonde. E’ morto il sogno dell’avanguardia che vedeva nell’industrializzazione il segno della vitalità interna ed esterna della società che si forma e si trasforma. Lo spazio industriale diventa così non più una realtà oggettiva, ma la

rappresentazione mitica della struttura della coscienza. Per questo l’utilizzo della pittura come lo strumento migliore per imprimere emotivamente il campo della rappresentazione. La materia pittorica diventa una sostanza sensibile e impressionabile che assorbe le sensazioni, appiattendo i volumi ed estendendo il tempo. Tutto il vissuto diventa materia pittorica e come ogni materia manipolata si fa memoria, qualcosa di nostro che si estrania da noi ed esiste per conto proprio. L’utilizzo del colore come tono costante di una percezione interiore si mescola al cupo e al nero e al pallore baluginante di uno spazio amorfico, come informe è la coscienza che ha prodotto le architetture industriali. Il messaggio sociale che si scorge nell’alienazione dei luoghi coincide con la dimensione esistenziale, l’assenza della natura è l’essenza della natura umana che tinge ogni esperienza sensibile del proprio timbro emotivo.
Per Barbara Danovaro l’arte è l’esercizio quotidiano della pittura teso a colmare il vuoto tra gli spazi e la soggettività per recuperare il senso smarrito di un destino comune.
 

FEDERICA DUBBINI

La ricerca pittorica di Federica Dubbini ci richiama, seppur in maniera molto leggera e senza presunzioni, a quello che fu il percorso intellettuale e comunicativo dell’arte del diciannovesimo secolo.
Nel momento in cui sopraggiungono nuovi mezzi per riprodurre la realtà, i quali  si rivelano dal punto di vista della fedeltà rappresentativa nettamente più validi delle tecniche pittoriche, ecco che queste discipline iniziano a sperimentare soluzioni di espressione alternativa, evolvendo il proprio percorso verso una nuova forza intellettuale e sentimentale, piuttosto che prettamente imitativa com’era di regola un tempo; decretando, così, un’ epocale cambio di rotta, che segnerà in modo ineluttabile il percorso artistico dell’arte moderna.
Possiamo, pertanto, riconoscere elaborati pittorici, come quelli presentati dalla Dubbini, eredi formali di questo fenomeno culturale e, in maniera ancora più ampia, del pensiero creativo moderno in senso lato.
Nel comprendere ciò, ci è di grande aiuto, un testo fondamentale del saggista d’arte Walter Benjamin, “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, che, in proposito,  sviluppa una teoria secondo la quale la verità della cose, intesa come l’essenza più intima di queste, si raggiunge attraverso lo stravolgimento totale dei sistemi concettuali codificati aprioristicamente dall’intelletto, nel caso specifico l’infedele interpretazione cromatica e figurativa, tendenzialmente rivolta ad esprimere piuttosto che a descrivere, affinchè ci si possa approcciare all’opera d’arte finita una volta che questo processo l’ ha liberata da ogni genere di richiamo al convenzionale .
Si tratta, pertanto, di una forma d’arte rivolta all’ espressione piuttosto che all’impressione, come invece potrebbe nascere da una tecnica rappresentativa che ha come fine quello di fermare con un’immagine un frammento di realtà tangibile e più possibile veritiero.
Nel caso dei lavori proposte dalla Dubbini, invece, è il pittore che proietta sulla realtà ciò che ha da dire, affermando, ora con audaci accostamenti cromatici, ora con ardite deformazioni spaziali e anatomiche, la prioritaria volontà dell’artista di comunicare attraverso il gesto pittorico e grafico, sentimenti svincolati dalla statica concretezza generata da una visione oggettiva e descrittiva della realtà, ma piuttosto dalla sua intima e personale volontà di espressione.
 

LAURA BALDO

Il mito di Narciso, raccontato da Ovidio nelle sue Metamorfosi, narra la vicenda di un giovane di tale bellezza, che, specchiandosi in una fonte d’acqua, s’innamora follemente della sua immagine, tanto da morire di dolore, nel momento in cui si accorge che non potrà mai possederla.
Le fotografie di Laura Baldo sembrano quasi una ripresa coscientemente antitetica di questa storia perché ci raccontano il percorso di una figura che, con metodo e ripetizione, si specchia sulle superfici riflettenti più svariate,  non al fine di ammirare le proprie fattezze, bensì allo scopo di osservare e di farci osservare, non senza una trapelante e palpabile emozione, gli altri ed il contesto in cui agiscono per mezzo del suo sguardo.
Protagonisti senza nome, sono ignari di essere osservati e filtrati attraverso la prospettiva d’osservazione di chi ne sta catturando un anonimo, se pur in ogni occasione sempre significativo ed esplicativo,frammento di vita.
Queste immagini, sebbene riproducano la consapevole autorappresentazione dell’artista, passano oltre il concetto ovidiano o tradizionale di autoritratto, per accompagnare lo spettatore in un percorso attraverso una percezione personale dei più molteplici contesti sociali contemporanei e soprattutto attraverso la lucida volontà di rappresentarli da parte di chi li sta osservando dall’esterno e, paradossalmente, anche e soprattutto dall’interno.
Questa singolare visione del sé, proiettata verso e dentro l’altro, supera anche il narcisistico senso di impotenza dovuto dal non poter possedere il riflesso impalpabile della propria amata immagine, perché si oltrepassa l’idea di attrazione di essa per abbracciare una visione più universale e sociale del soggetto riflesso e quindi ritratto.
In questa maniera si dà origine ad un fenomeno di totale empatia fra l’artista e il contesto nel quale si trova, ossia fra l’artista e l’opera d’arte che realizza, la quale diventa anche il manifesto della società contemporanea, una sorta di panoramica culturale della vita e dei costumi moderni.
Colori, luci, figure in veloce movimento, tutto scorre frenetico ed inarrestabile, unico punto fermo e unica grande certezza in questo continuo andirivieni di immagini, è lo sguardo di chi osserva, che crea e condivide quest’istante rubato allo scorrere inarrestabile del tempo.
 

JANG SAE WOOK
 
Forme che germogliano nell’aria, levigate e limpide nei loro movimenti naturali e semplici -ora di slancio, ora di crescita silenziosa, ora di attesa serena-; hanno titoli come Armonia della natura, Il pensiero dell’ambiente, Nostalgia, La musica dell’amore. Guardandole ci si lascia trasportare in un raffinato universo organico che ricorda le forme di Arp, un mondo saturo di echi musicali, insieme placido e pacifico.
    Ed è proprio l’armonia, sottile, fragile, moderna, mai ironica, il centro della ricerca di Jang Sae Wook, giovane artista coreano giunto a Firenze nel 2002 con un solido background tecnico che lo aveva reso già esperto scultore figurativo.
    Da quella figurazione innestata di organismi vegetali e animali, animata da un leggero rovello surrealista che poteva ricordare i pensieri di Novello Finotti o di Jean Fabre, Jang ha però compiuto in questi ultimi anni un deciso allontanamento. Già ne Il pensiero dell’ambiente del 2003 scava e trafora una forma sempre più stilizzata ponendole al centro il vuoto, punto di forza della tradizione orientale; a poco a poco le forme perdono in rigidezza  acquistando una loro più spontanea e naturale libertà. “Pensieri nuovi”, come dichiara l’artista, con qualcosa d’antico: è l’amore per la materia di cui Jang non cessa mai di ascoltare la voce, sia quella del bronzo ma soprattutto quella del marmo polito e levigato come un avorio o una giada. Questo sentimento lo guida sulla difficile via di un legame con il passato e la tradizione, diffondendo quel profumo di pace che egli si è proposto come mèta da raggiungere.
 
BUCCIARELLI&MIGLIO

Il lavoro di questa coppia di artisti sembra voler recuperare l’identità di un presunto passato. Le tele della Bucciarelli fanno emergere, alla stregua di antichi affreschi datati dai secoli, figure e forme di una delicatezza infinita. Lo stesso accade nelle opere di Miglio anche se in queste le forme e figure emergono in un rilievo materico con monocromi a gesso. Le loro opere, così apparentemente diverse, sono unite da questa ricerca di forme nascoste, sapientemente fatte affiorare da un oceano solido. Personaggi protagonisti di mille storie animano le scene oniriche di Miglio tanto quanto le colorate invenzioni lastricate della Bucciarelli. Sensazioni, pensieri, ricordi, paure, attimi d’infinito, tutta la nostra anima sembra muoversi in un continuo turbinio di segni ora geometrici ora sinuosi sino ad affiorare dal mare dell’indifferenziato raggiungendo quella superficie che restituisce l’antica identità. Archeologi dell’anima alla riscoperta di quello che a volte troppo frettolosamente affondiamo nel mare interiore. Le delicate filigrane che compongono le tele della Bucciarelli inducono ad una continua ricerca di forme e figure nello stesso quadro rimanendo increduli ogni qual volta si riesca a scoprire un nuovo profilo, forma o personaggio. Il particolare lo si scopre lentamente abituando gradatamente lo sguardo, una sorta di magia che magnetizza e che ben si sposa con la delicatezza delle tele. Miglio invece scopre personaggi e luci generando sensazioni dirette ricche di colori caldi ed intensi ma che vanno anch’esse mediate con una più attenta ricerca del particolare, della sfumatura, del segno. Come in uno scavo archeologico affiorano lentamente antichi miti, imprese epiche ma anche vite comuni, anonime, quotidiane al punto da non riconoscerne alcun protagonista.