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23
Feb
2008

PERSONALE DI PAOLO LAZZINI AD ARTE GENOVA

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Una luce che evoca qualcosa di piaciuto. Uno scorcio che rimanda al passato. Paolo Lazzini, pittore per mestiere e gran conversatore per indole, affastella emozioni con la confidenza di chi ha imparato l’uso delle sovrapposizioni. Cammina per strada, guarda, mette da parte e poi torna. Va avanti e poi indietro, un sapore lo ripiomba all’infanzia, un altro gusto, lo riporta all’urgenza dell’oggi. Lui affastella, elabora e restituisce. Sono souvenir di viaggio, sono emozioni fissate che si rappresentano in modo immediato e mai mediato. Ne escono cartoline dell’anima, evocazioni mai estremamente serene, con un fondo di malinconia opaca che è il colore della memoria.

Nella suo lavoro di elaborazione, una parte importante hanno i materiali adoperati che hanno una loro funzione creativa. Ma per capire la cifra di quest’artista è necessario fornirci di alcuni riferimenti anagrafici.
Nasce a Massa Lazzini, nel 1953. Toscanaccio con lo spirito arguto, diventa grande quando i grandi delle sue parti già non giocano più a bocce tutti insieme. Ma lui ricorda ricordi altrui e ne fa tesoro. Il padre , direttore della banda musicale del luogo, gli fornisce i vecchi spartiti che lui fa diventare prime tele, tele con tanto di memoria. «E ora dipingo su musica con il cuore più leggero» dice contento. Intanto forma l’autonoma filosofia di lavoro. Partendo dal recupero delle radici: «Noi siamo mediterranei non americani. Io guardo i borghi piccoli, le case a un piano. Il loro classico è il jazz, noi in pittura abbiamo le grandi tradizioni europee». Questo per parlare del contesto: «Il contesto è basilare. Poi tutto si ordina, con calma. Metto insieme, uso vecchie tavole che hanno già una loro storia. Dipingere sul vissuto è più facile perché conserva un suo sapore, basta che si sposi con il tuo» e il gioco è fatto.
Sapori, appunto. Non ha detto Alberto Savinio che il mestiere del pittore s’avvicina a quello del cuoco? L’ha detto, l’ha detto. Lazzini l’ha sentita quell’intervista nella quale si parlava appunto di arte culinaria e arte dei pennelli. Strano però. Lazzini ha una televisione con due soli canali, non ha il computer e non vuole parlare d’altro. Se ne compiace a ragione, lui va all’essenza e si occupa d’arte al tempo dei reality. Poi se hai voglia (e come non averne!) ti spiega la luce, il sole che lo impressiona e impressiona la sua tela di qualsiasi materiale sia essa fatta. Tutto è materia d’arte, a patto che alla base ci sia lo studio coltivato con cura: «E’ come un colpo di fulmine per una donna. Non esiste. Significa che quella donna evoca immagini che ti porti dietro. Le cose hanno un loro trascorso, bisogna avere origini non essere originali che a volte è addirittura noioso. Lo diceva De Chirico e aveva ragione». Le origini, ben fondate nella sua terra. E il cerchio si chiude. Ma non che l’artista non guardi fuori dai suoi spazi. Si muove poco fisicamente però la mente viaggia e s’interessa di tanto. Basta che abbia la patina del sedimentato: «New York mi interessa più oggi di ieri. E’ più vecchia. Picasso diceva che bisogna vedere i nonni non i genitori per tornare bambini. E’ guardando i vecchi che si recupera la gioventù mentre è andando avanti che ci si avvicina alla morte».

Lazzini punta all’essenza con attente digressioni: «Ci si arriva al nocciolo ma con calma, senza foga e senza impeto. Seguendo il proprio indirizzo, la propria vita. Con il piacere che si deve nutrire per l’artifizio, per il non vero della tela. Allora si arriva all’essenza. Con calma».

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