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28
Lug
2008

CREATIVI DELLA NOTTE MUSIC FOR PEACE ONLUS: ULTIME NOTIZIE DALLA MISSIONE SAHARAWI

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Venerdì 18 Luglio, Sahara Occidentale, Zona liberata, Tifarity
Ore 08.00 (le 07.00 nella zona liberata): il caldo nel Sahara occidentale è più mite rispetto a quello del deserto algerino ed i volontari accolgono con piacere questa novità.
All’esterno della struttura dove il gruppo ha passato la notte, c’è la possibilità di fare la doccia con l’acqua corrente: il fatto che sia fredda non ne diminuisce la sensazione di piacere.
La mattinata di oggi è dedicata alla visita di Tifarity, prima di tornare nei campi profughi.
Il primo luogo visitato sono i resti dell’edificio intravisti ieri all’arrivo.
Chi accompagna i volontari di Music for Peace spiega loro che fino al 1975 quello che adesso si presenta come quattro mura con il tetto sfondato da una bomba era una caserma utilizzata dai coloni spagnoli. Quando la Spagna, alla morte di Francisco Franco, ha abbandonato le sue colonie, Sahara Occidentale compreso, il Marocco ha invaso i territori, occupandoli. Nel 1979 la zona viene liberata dal Fronte Polisario (la milizia Saharawi) e Tifarity inizia a diventare meta e rifugio per molti civili, costretti ad abbandonare le proprie case nel resto del Paese. Nel 1989 il Marocco lancia un raid aereo che rade al suo la città, provocando la morte di 634 tra uomini, donne e bambini, inviando, due settimane dopo, le truppe di terra per terminare l’operazione; la popolazione ed il Fronte Polisario però resistono all’attacco e salvano l’unica città rimasta all’interno dei confini della loro terra. Nel 1991 infine, anno dell’armistizio, il Fronte Polisario ricostruisce un ospedale che poco dopo la sua ultimazione viene bombardato.
A questo punto i volontari vanno a visitare il nuovo ospedale, costruito da SodePaz, associazione spagnola, in paternariato con il “Gobierno de Navarra”, regione del Nord della Spagna.
Dall’esterno, la struttura sembra essere in ottime condizioni e ben equipaggiata, ma la visione di un malato sdraiato sul marciapiede di fianco all’entrata con la sua flebo al braccio, attira l’attenzione dello staff di missione; una volta entrati e dopo aver parlato per qualche minuto con il “primario” della struttura, la situazione si presenta con tutta la sua disarmante chiarezza: nell’ospedale c’è bisogno di tutto: non esiste una linea telefonica per comunicare con l’esterno in caso di emergenze, il “primario” e due dottori sono l’unico personale dell’ospedale ed hanno in dotazione, per fare solo un esempio, un unico stetoscopio; soo una piccolissima parte (un corridoio di 10 metri con 6 stanze) di una struttura di 2000 mq è raggiunto dall’acqua corrente, non c’è l’ossigeno per operare, non ci sono i materassi ed anche se in ogni stanza vi è una rifinita targhetta con su scritto “sala ginecologica” sala operatoria” reparto pediatrico” e via dicendo, all’interno è solo un accatastarsi di letti e fili elettrici a vista, ai quali non vi è alcun macchinario collegato.
Chiedendo spiegazioni al dottore responsabile di come sia possibile che un progetto di cooperazione giace impunemente in queste condizioni, la spiegazione data è stata che, quando è stato costruito, l’ospedale era stato fornito di tutte le attrezzature necessarie per un buon funzionamento, ma che una volta fatta l’inaugurazione con le foto di rito, non è passato molto tempo che la stessa associazione madre del progetto, ne aprisse un altro a Auserd, uno dei villaggi dei campi profughi e trasferisse tutto il materiale per allestire il nuovo ospedale.
Il risultato di questo rigiro molto poco chiaro e francamente deprecabile è una “cattedrale nel deserto” assolutamente inutile ai fini pratici e tanto meno ai fini umanitari. Forse ci vorrebbe un po’ più di controllo da parte delle istituzioni competenti sulla realizzazione dei progetti.
La richiesta di denuncia da parte dei medici della struttura, accompagna la partenza verso i campi profughi della squadra di missione.
Durante il ritorno, i volontari fanno una piccola sosta ai siti archeologici di Erkeiz, tra i più antichi del mondo, purtroppo in parte rovinati dalla inconsapevolezza dei pastori di passaggio e, cosa ben più grave, da alcuni soldati dell’ONU: per quest’ultimi un cartello alla base delle grotte naturali dove si trovano i preziosi segni preistorici, ricorda che qualsiasi atto vandalico verrà giudicato da un tribunale militare.
Sono le 16.00. Il gruppo si ferma in una jaima per consumare un veloce pasto.
Bisogna ripartire, mancano ancora 350 km di strada sterrata in mezzo al deserto per arrivare ai campi.
Il viaggio è lungo e molto faticoso a causa dei continui sbalzi del terreno. I 350 km verranno percorsi in quasi otto ore.
All’una di notte i volontari, esausti, raggiungono i campi.
Giovedì 17 Luglio, Sahara Occidentale, Zona liberata, Tifarity
Ore 03.50: nel cuore della notte Stefano, Roberto C., Giuseppe e Roberto D. fanno gli ultimi preparativi per affrontare il viaggio che li porterà a Tifarity, 400 km nel deserto.
All’interno del fuoristrada fornito dalla Media Luna Roja si caricano gli zaini, i sacchi a pelo, le torce e le provviste d’acqua e di cibo; si posiziona il telefono satellitare, unico mezzo di comunicazione disponibile in caso si presentassero dei problemi; viene comunicato ai volontari che il tratto di deserto a cavallo del confine tra Mauritania, Sahara Occidentale e Algeria è teatro di traffici legati al contrabbando di droga.
Sono le ore 05.30, inizia il viaggio in direzione di Tifarity.
Dopo i primi 60 km di sballottamenti della macchina dovuti al terreno, di caldo incipiente e di polvere dai finestrini si arriva ad un posto di controllo militare Saharawi: sono le 07.15, i volontari entrano nel Sahara Occidentale libero.
Dopo ancora un’ora di viaggio tra una distesa di sabbia e terra di cui non si riesce a vedere la fine, il gruppo si ferma per preparare la colazione: vengono raccolti dei ramoscelli secchi di acacia, che con un po’ di carbone diventano la brace per preparare il tè saharawi, accompagnato da qualche pezzo di pane seduti tra la sabbia. Si riparte.
I km percorsi aumentano, portando con loro la bellezza e l’essere selvaggio di un angolo di mondo al di fuori delle mete turistiche: intorno ai volontari un paesaggio che sarebbe limitativo liquidare come “deserto”: la sabbia gialla e la terra secca che caratterizzano la zona dove sono insidiati i campi profughi qui si alternano con piccole montagne di pietra nera simile all’ardesia, colline di sabbia rossa puntellate da alberi da acacia ed immense pianure di sabbia bianca, al fondo delle quali la temperatura elevatissima e la forte luce del sole danno quell’effetto che per secoli ha ingannato chi ha avuto la sciagura di perdersi in queste terre: il miraggio dell’acqua.
Mancano 110 km alla destinazione finale, sono le 10.40. Continua il viaggio tra gli smottamenti del terreno ed il caldo che non accenna a diminuire, quando davanti ai volontari si presenta un qualcosa di inaspettato: un agglomerato di circa trenta baracche di una grandezza che non supera i due metri per tre completamente in lamiera, un piccolo gregge di capre, qualche rottame di vecchi camion forse ancora funzionanti ed un piccolo recinto con all’interno qualche barile contenente gasolio; siamo a Birlahalu, paese che con tutta probabilità non risulta segnato neanche sulle cartine geografiche. I due mezzi che compongono la piccola colonna del gruppo in viaggio, acquistano tutto il carburante a disposizione del “benzinaio” locale: 40 litri in totale, 20 litri per macchina.
Inutile cercare la presenza di una scuola.
I volontari hanno la sensazione di essersi fermati in un altro tempo.
Il viaggio prosegue, con in mente la domanda su che tipo di vita si possa condurre in un villaggio come quello appena visitato.
Alle 12.55 lo staff di missione entra nel perimetro della città di Tifarity, delimitato dalla costruzione di due statue raffiguranti due cammelli con impressa la bandiera della RASD.
La città in una posizione rialzata, strategica ai fini difensivi, si presenta ai volontari in un modo differente a quello immaginato: per ora gli unici abitanti del “centro cittadino” sono militari, arroccati in quella che dovrà essere una scuola, sulla cima della collinetta che sovrasta la zona. Il resto della popolazione è dislocata in un raggio di 15 km, raggruppata in piccolissimi agglomerati di tende, a volte di soli nuclei familiari. La zona presenta ancora i segni della guerra: il relitto di un carroarmato giace abbandonato in fondo alla piccola valle; poco più in su, i resti di un edificio bombardato ed in cima alla collinetta i resti ricomposti di un aereo dell’aviazione marocchina abbattuto durante la guerra, ad ostentare una fiera resistenza.
Alle 13.30 viene servito ai volontari, che passeranno la notte nella “caserma-scuola”, una tipico pasto del luogo: pane ed interiora di cammello.
Sono le 16.30 quando la delegazione parte per andare a vedere il Muro marocchino, a 100 km di distanza.
La zona che i volontari si apprestano ad attraversare non è delle più ospitali. I Saharawi si raccomandano di fare attenzione a dove si mettono i piedi per il pericolo di serpenti, a quanto pare numerosi. Inoltre, trattandosi di un’aerea dove per anni è imperversato il conflitto, vi è ancora un reale pericolo di mine anti-uomo e anti-carro: ad indicare un cammino sicuro ci sarà un soldato della milizia Saharawi, che conosce perfettamente il territorio ed i suoi pericoli.
Durante il cammino i volontari incontrano diverse postazioni militari, nascoste dietro piccole collinette, un di queste è fornita di quattro carriarmati; la sensazione è quella che l’armistizio firmato nel 1991 con la mediazione dell’ONU sia appeso ad un fragile equilibrio e che tutte e due le fazioni siano pronte a riprendere le ostilità in qualsiasi momento.
A scongiurare questa tragica eventualità sono molte le postazioni ONU che ancora oggi pattugliano la zona.
Avvicinandosi al muro, si moltiplicano i resti di cluster bomb (le bombe e frammentazione, che tramite un sistema di sgancio in aria di centinaia di ordigni più piccoli, elevano esponenzialmente la loro potenza distruttiva) di bossoli di cannone e di ordigni inesplosi.
Ad un tratto la delegazione si deve arrestare: a pochi metri dai volontari una montagnetta di pietre indica il limite invalicabile oltre il quale non vi è certezza della collocazione delle mine. Il muro è abbastanza lontano; rispetto allo scorso anno, la parte di muro visitata è quella che si inerpica per le vicine colline di pietra nera, dando quasi la sensazione di trovarsi di fronte ad una riproduzione della muraglia cinese. Sulla vetta di ogni collina, distanziata l’una dall’altra di circa 500 metri, si intravedono le postazioni di controllo tutt’oggi presiedute dall’esercito del Marocco. La sensazione del sopruso, nonostante la lontananza, è quasi palpabile.
Cala la notte.
Sulla via del ritorno la delegazione viene ospitata nella tenda della famiglia del militare che gli ha accompagnati. La jaima si trova in mezzo al deserto, nelle vicinanze di un pozzo per l’acqua. La famiglia riunita accoglie i volontari con la grande ospitalità che contraddistingue il popolo Saharawi: viene offerto il tè, preparato sulla brace e poco dopo un componente della famiglia si presenta con due piatti di riso e carne di capra accompagnati dalla mreifisa, pane che viene cotto in una buca nella sabbia, ricoperta di brace. La tradizione vorrebbe, spiega la moglie del militare, vera padrona del focolare domestico, che i viaggiatori si fermassero a riposare e passare la notte nella tenda. I volontari declinano con grande gratitudine l’invito; bisogna tornare a Tifarity e proseguire con il lavoro.
Sono le 00.30 quando i volontari tornano nella “caserma-scuola” dove passeranno la notte. Si continua a lavorare su foto e diario fino alle 02.00, ora in cui la stanchezza prende inevitabilmente il sopravvento.
Mercoledì 16 Luglio, Campi profughi Saharawi, 27 de Febrero
Ore 06.30: è nuovamente il freddo a dare la sveglia ai volontari, che capiscono proporzione inversa esistente tra il caldo di giorno ed il freddo delle prime ore mattutine.
Oggi la giornata è piena:
Alle ore 08.00 il gruppo è nel magazzino della Media Luna Roja a Rabuni; prima di proseguire con la distribuzione degli alimenti nella wilaya, vengono caricati i camion con il materiale da destinare rispettivamente alla “Escuela 27 de Febrero”, diretta da Fatma Bulah ed alla Farmacia Centrale di Rabuni, nella persona di Salek Maniharki.
Al centro culturale vengono consegnati 1 frigorifero, 1 computer, 1 stampante e 1 fax, che andranno a potenziare la struttura del centro delle donne, una poltrona odontoiatrica completa, che verrà utilizzata per ripristinare lo studio dentistico inattivo da 2 anni a causa della mancanza del macchinario, 8 scatole di giocattoli vari e 10 biciclette che, come accaduto lo scorso anno, verranno utilizzati come premio per gli studenti più meritevoli della scuola del centro, svolgendo in questo modo la funzione di un ottimo incentivo allo studio.
Il primo carico è pronto, si procede con il materiale da donare alla Farmacia Centrale, punto da cui vengono smistati attrezzature e medicine nei piccoli centri dislocati nei campi. I volontari, aiutati dai Saharawi, caricano sull’autocarro 980 kg di medicine e la seconda sedia odontoiatrica e contemporaneamente preparano il container degli aiuti che verranno distribuiti oggi.
Sono le ore 10.00. Il caldo è già opprimente ed accentua la fatica.
Alle ore 10.45 Roberto D., Giuseppe e Roberto C. sono a El Aayun per terminare la distribuzione delle ultime due daire non raggiunte ieri, mentre Stefano è rimasto alla 27 de Febrero per riordinare e portare avanti il lavoro dei documenti necessari per la parte burocratica della distribuzione.
Alle ore 13.15 termina la distribuzione nella wilaya di El Aayun: le famiglie raggiunte sono state 601; 601 sorrisi che hanno lasciato il segno nel cuore dei volontari.
La mattinata non è ancora finita. Sono le 14.30 quando i volontari si recano a visitare la Farmacia Centrale di Rabuni, capannone costruito con l’appoggio del governo algerino, dotato di un buon impianto di raffreddamento alimentato da grossi generatori di corrente, che permette la conservazione dei medicinali. Il direttore Salek Maniharki riferisce al gruppo che la sedia odontoiatrica ha già trovato una sistemazione: l’ospedale della wilaya di Smara.
Alle ore 16.30 possono finalmente concedersi una pausa per il pranzo.
Mezz’ora per rilassarsi un po’ ed alle 18.00 il gruppo si reca nel centro culturale “ Escuela 27 de Febrero” dove fiene scartata e posizionata la poltrona odontoiatrica che un tecnico provvederà a collegare. La gratitudine dei componenti del centro ospedaliero è grandissima: da oggi gli abitanti di questo villaggio non dovranno più percorrere 25 Km per recarsi al più vicino centro dentistico.
Alle ore 19.00 inizia la distribuzione della wilaya 27 de Febrero. Qui sono 98 le famiglie che riceveranno il pacco da 20 kg di alimenti, i due kit didattici, i giocattoli e gli occhiali da sole previsti dalla distribuzione. Il materiale portato dall’associazione per l’igiene, personale e della casa, verrà distribuito dalla Media Luna Roja.
Alle 20.30 lo staff di missione prepara il bagaglio per affrontare nella giornata di domani, i 400 km di deserto che li separano da Tifarity, l’unica delle 5 province che la resistenza del popolo Saharawi è riuscita a mantenere all’interno dei confini del Sahara Occidentale.
La notte viene passata a Smara, l’ospitalità è offerta dalla famiglia di Ammi Mohamed Salem, che accompagnerà i volontari nei territori liberati.
Martedì 15 Luglio, Campi profughi Saharawi, El Aayun
Ore 07.00: suona la sveglia per il gruppo. Oggi finalmente inizia la fase di maggior valore per i volontari: la distribuzione diretta alle famiglie; la prima wilaya dove verrà effettuata si chiama El Aayun, nome che fu della capitale del Sahara Occidentale negli antecedenti alla guerra e dove ad aspettare gli aiuti umanitari, raccolti grazie alla generosità di tutta la popolazione ligure, ci saranno 601 famiglie, le più bisognose della popolazione di questo villaggio.
Ogni famiglia riceverà un pacco da 20 kg di generi alimentari vari: 4 kg di riso, 2 kg di pasta, 5 kg di farina, 2 kg di zucchero, 1 kg di sale, 3 barattoli di pomodori, 3 barattoli di legumi, 4 scatolette di tonno, 4 scatolette di carne, 1 barattolo di miele e un pacco di biscotti; due kit di materiale didattico, ciascuno con all’interno: 2 quaderni grandi, 2 quaderni piccoli, 2 matite, 2 penne, 6 colori, un temperino e una gomma; due giochi per bambini ed un paio di occhiali da sole.
Per arrivare alla wilaya prestabilita la strada da fare è quella che porta verso Tindouf, ultima città in terra algerina. Poco prima del bivio per le due direzioni, un check point arresta i passanti per controllare che tutti siano forniti del pass necessario. Questo è il modo con cui l’Algeria controlla l’entrata e l’uscita dai campi.
Al passaggio della macchina che accompagna i volontari i militari non danno il permesso di passare: il comando algerino ha dato nuove disposizioni per il passaggio ed ora c’è bisogno di un altro tipo di permesso; l’assurdità è che è lo stesso militare a suggerire allo staff di missione di passare attraverso il deserto che costeggia la strada.
Durante l’attraversamento nel deserto Stefano rilascia una intervista a RAI News 24, che ogni due giorni segue lo svilupparsi della missione.
Sono le ore 10.30 quando i volontari arrivano nella wilaya di destinazione; il problema è che anche il camion contenente gli aiuti era sprovvisto dei nuovi documenti ed è stato costretto a passare nel deserto. Bisogna aspettare le ore 11.30 prima che il camion raggiunga i volontari.
A causa di questo contrattempo la distribuzione inizia alle 12.00; il caldo è già elevatissimo; persino alcune donne presenti per ricevere gli aiuti desistono dall’aspettare la distribuzione, incaricando parenti o vicini a tenerle da parte il pacco.
Sono le ore 14.30; le Daire (quartieri) in cui è avvenuto la distribuzione fino a questo momento sono tre; ne mancherebbero altrettante, ma questa è l’ora del massimo calore qui nei campi profughi; si decide di visitare ancora una daira; le due rimanenti dovranno essere aggiunte al lavoro di domani.
Alle 15.20 termina questo primo giorno di distribuzione. Basta il sorriso di un bambino o la riconoscenza di un anziano per essere ripagati dal caldo e dalla fatica. Il tempo di mangiare qualcosa e riposarsi un attimo ed è il momento di recarsi all’incontro istituzionale con il Ministro della Cooperazione fissato per le ore 18.00. Music for Peace è ormai nota all’alto rappresentante del popolo Saharawi, che apprezza in particolar modo la grande opera di sensibilizzazione svolta dall’associazione.
È motivo di grande soddisfazione per tutti i volontari di Music fo Peace sapere che il loro lavoro (dalla sensibilizzazione sulle piazze, al progetto educativo, alla raccolta di generi di prima necessità e non di denaro, fino alla preparazione dei container e la distribuzione diretta di questi) viene definito dal Ministro come “straordinario”.
“Il vostro pacco di aiuti” commenta “arriva in un momento in cui i Saharawi soffrono di una grande scarsità di cibo, dovuto al mancato adempimento degli accordi stipulati con l’ONU nell’ambito del PAM (programma di alimentazione mondiale).
Parlando poi della questione del Referendum atteso ormai da 17 anni, la denuncia del Ministro cade sul Marocco, che ha come unico scopo quello di legittimare la propria posizione di potenza occupante, non lasciando alcuno spazio per il dialogo.
C’è ancora il tempo per recarsi nella sedia della Media Luna Roja Saharawi per iniziare a sbrigare le primissime pratiche burocratiche delle avvenute consegne. Terminano gli impegni.
Domani sarà una giornata piena per i ragazzi dell’associazione, stanchi ma contenti per il lavoro finora svolto.
Lunedì 14 Luglio, Campi profughi Saharawi
Quest’oggi i volontari sono svegliati da un evento insolito per questa stagione: il freddo della notte del deserto.
Durante il viaggio in macchina verso il magazzino di Rabuni, dove oggi il gruppo dovrà terminare la divisione del materiale umanitario per la distribuzione, una voce femminile dalla radio incita chi vive nei territori occupati nel Sahara Occidentale a resistere ai soprusi dell’esercito marocchino: Si chiama Melatu Haidah e fa parte di un gruppo di resistenza pacifica di Smara.
Alle ore 08.30 i volontari sono nel magazzino di Rabuni. Nell’atesa dell’arrivo del responsabile per la movimentazione dei container, la squadra di missione fa la conoscenza di un gruppo di cooperanti spagnoli, della “Asociaciòn de los amigos del pueblo Saharawi de Estremadura”, che con molta simpatia danno una mano a scaricare gli aiuti.
Per le ore 12.00 i volontari incontrano Suelem Mahamed Salem, responsabile del centro per celiaci, al quale consegnano i 200 kg di materiale specifico raccolto.
Arriva anche questa mattina il momento di terminare il lavoro. Sono le 13.00 e la temperatura è ormai sopra i 50°.
Tornati a casa nella wilaya 27 de Febrero, Mariem delizia il gruppo con un ottimo cous-cous, mangiato, come da tradizione, con le mani.
In questa giornata relativamente tranquilla, arriva dall’Italia una notizia che rammarica i componenti dell’associazione: il Comune di Genova, che avrebbe dovuto essere uno dei maggiori partener del Progetto Solidarbus 2008, ha negato il finanziamento all’associazione per un errore di forma nella compilazione del bando di concorso.
Da parte dell’associazione non vi è alcuna perplessità nel riconoscere l’importanza della parte burocratica del lavoro di cooperazione internazionale, ma è altrettanto spiacevole vedere come può essere messa a repentaglio la possibilità di concretizzare il lato pratico di questo lavoro, ovvero aiutare chi non ha la fortuna di vivere nel nostro agiato mondo occidentale, a causa di un errore di distrazione o una svista.
Forse, vivendo (anche se per poco) con coloro i quali hanno innanzitutto il problema di come riuscire a sopravvivere alle dure condizioni di vita che il destino ha voluto assegnare loro, viene da dare più importanza, a torto o a ragione, al contenuto piuttosto che alla forma.
L’amarezza per la notizia accompagnerà la notte della squadra di missione, contenta, ad ogni modo, di iniziare finalmente domani la distribuzione: la sveglia suonerà alle 06.30 per recarsi al El Aayun, wilaya che ha preso il nome da quella che era la capitale Saharawi nel territorio del Sahara Occidentale prima della guerra.
Domenica 13 Luglio, Campi profughi Saharawi
Le prime luci dell’alba sono la sveglia naturale dei volontari, che alle ore 06.30 si apprestano a preparare il caffè. L’impegno di oggi è quello di scaricare gli aiuti dai tre autobus e da due dei sei container e prepararli per la distribuzione. Durante lo spostamento, la macchina che accompagna i volontari alla wilaya di rabuni diventa un improvvisato taxi per le persone che si spostano da un villaggio all’altro.
Alle ore 08.30 inizia lo scarica e la sistemazione degli aiuti all’interno dei tre autobus.
Una squadra di lavoratori locali condivide sudore e fatica con volontari di Music for Peace, aiutandoli nell’operazione.
Lo scarico dei tre autobus sembra non avere fine. Sono le ore 11.30 ed il sole, ormai alto nel cielo, non da tregua al gruppo.
Alle ore 12.30 il materiale all’interno dei tre autobus è stato stivato dentro due grandi rimorchi da 40 piedi ed è pronto per essere distribuito.
I volontari a questo punto vorrebbero continuare il lavoro e procedere con la sistemazione degli altri due container ma, come ieri, la temperatura ormai prossima ai 50° non permette il proseguimento del lavoro.
Durante la mattinata una constatazione colpisce i volontari; gli uomini che hanno dato una mano al gruppo erano tutti evidentemente segnati dalle dure condizioni di vita del luogo; profonde rughe solcavano i loro visi ed un’errata alimentazione dovuta alla costante emergenza alimentare gli ha privati di molti denti. Cercando informazioni, gli operatori scorono che la speranza di vita nei campi si attesta in un massimo di 60/65 anni. A questo proposito, Ammi ricorda ai volontari un antico detto africano, tristemente dimenticato nella nostra società: “quando muore un anziano è come se una biblioteca bruciasse”.
I volontari tornano nella loro casa di adozione e dopo un buon piatto di lenticchie provvedono a pianificare le prossime giornate: il ritorno a Genova è stabilito per il giorno Sabato 26 Luglio, quindi la squadra ha a disposizione 12 giorni per effettuare la distribuzione nelle 5 wilaye (una delle quali, Dajla, si trova a 170 km di strada sterrata dai campi e forse comporterà l’impiego di due giorni), per visitare Tifarity, unica città nei territori liberati del Sahara Occidentale antistanti il muro, che dista 400 km dai campi profughi, effettuare gli incontri istituzionali, visitare gli ospedali e la scuola e raccogliere le testimonianze di che ha avuto la terribile esperienza nella vita di essere imprigionato e torturato nelle carceri marocchine presenti nel Sahara Occidentale.
Durante il pomeriggio, Stefano e Giuseppe mandano avanti il lavoro su foto e diario di bordo.
Alle ore 19.00 i volontari ricevono la visita di Alejandra Scalabrini, referente in loco della “Asociaciòn de los amigos del pueblo Saharawi de Castilla y Leon”, conosciuta nel Centro Culturale Saharawi di Algeri.
La cooperante è rimasta molto colpita dal lavoro di Music for Peace, appreso tramite la visione delle foto commentate dai volontari ed ha altresì permesso ai volontari di apprendere diverse informazioni sulla vita dei campi, dato che lei e la sua ONG sono presenti sul territorio Saharawi al 2003.
Si è parlato della struttura elettorale dei campi, che ricalca il modello americano: la popolazione elegge dei rappresentanti che a loro volta eleggeranno il presidente della repubblica, che con la su figura tiene unita una popolazione che fino al 1975 presentava una struttura tribale.
Un altro argomento toccato è stato quello delle pressioni subite dalle due maggiori ONG operanti sul territorio da parte del Marocco, storicamente appoggiato dalla Francia. L’obbiettivo della potenza occupante i territori del Sahara Occidentale è quello di tagliare le gambe alla resistenza: nei territori occupati mediante la forza, nei campi profughi cercando di interferire sul lavoro di sostegno umanitario alla popolazione; la garanzia per il popolo saharawi è l’appoggio dell’Algeria, nazione al di fuori delle pressioni marocchine.
Per quanto riguarda la Spagna, la situazione è ambigua: se da una parte la popolazione e le associazioni iberiche sono le più presenti nel territorio dei campi, dall’altra il Governo Spagnolo adotta spesso una posizione passiva nei confronti della politica oppressiva del suo vicino africano, in cambio di una promessa di controllo sull’immigrazione clandestina ed il traffico di droga presenti sulle coste.
A terminare la piacevolissima conversazione un’amara constatazione: la disillusione e la poca speranza nel futuro trasmessa dai discorsi dei giovani nati e cresciuti nei campi profughi, che nasconde dietro di se il pericolo latente del ritorno alla lotta armata.
Contemporaneamente Stefano riceve Fatma Balah, direttrice della “Escuela 27 de Febrero”, che accoglie la scuola e l’ospedale pubblico della wilaya, alla quale l’associazione donerà 1 frigoriferò,1 computer, 1 stampante un fax, 1 scanner, giocattoli vari, 10 biciclette e sopratutto una delle due poltrone odontoiatriche date in dono a Music for Peace, che serviranno ad attivare un laboratorio dentistico, di fondamentale importanza qui nei campi.
Giunge l’ora dei saluti, i volontari si apprestano a passare un’altra notte sotto le stelle