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31
Ago
2007

LA LETTERA DEL PRESIDENTE AMICI MUSEI LIGURI GIORGIO TEGLIO PUBBLICATA SU REPUBBLICA

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Riceviamo e pubblichiamo la lettera del Presidente Associazione Amici Musei Liguri e Palazzo Ducale Giorgio Teglio apparsa sulle pagine Genovesi del quotidiano La Repubblica:

Nei giorni scorsi  su questo giornale  il Presidente di Palazzo Ducale, Arnaldo Bagnasco, ha lanciato  l’idea di una grande mostra su Andrea Doria e sul  ruolo europeo dei genovesi. Qualche giorno  dopo  Ezia Gavazza, intervistata da Stefano Bigazzi, pur concordando  con l’ambizioso progetto  di Bagnasco, sottolinea la necessità di  progettazioni future in cui  “accanto all’arte antica si dia spazio  a quella contemporanea, pena la perdita  di credibilità di ogni progetto  culturale”. E’ importante  che una studiosa  sensibile e attenta come Ezia avverta che “una volta  esaurito il catalogo  (Cambiaso, Piola, De Ferrari,  Grechetto, Baciccio, Fiasella per dire) si chiude bottega”. A questo punto però, al di là di isolate proposte, sarebbe interessante  conoscere le reali linee direttrici della futura politica culturale, museale, e soprattutto urbanistica, della nuova amministrazione. A mio modesto avviso, infatti, il progetto, madre di tutti i progetti, non può che partire da Genova città: il vero tesoro da valorizzare  e da coltivare è la città  stessa. La quale, come da anni va ribadendo Salvatore Settis con riferimento alle città storiche d’ Italia, non deve intendersi come “città museo”, definizione  che potrebbe accreditare la separatezza del mondo dell’arte (confinato nei musei) dal mondo  della “realtà”. La “realtà” è la città di Genova, intesa come casa dei cittadini nella frequentazione  dei suoi palazzi, delle sue chiese, delle sue strade, delle sue piazze, dei suoi teatri, del suo porto, dei suoi saliscendi con scorci ineguagliabili  tra mare e monti. Questa  realtà è il lascito  sempre vivo, non solo  degli Andrea Doria, ma di tutti coloro che con lui, prima di lui, dopo di lui (mecenati, imprenditori, architetti, artisti, capomastri, artigiani) hanno contribuito a favorirne la bellezza (artistica, ma prima ancora, naturale) che resta, nonostante  le ferite deturpanti  della recente e meno recente edilizia  (basti pensare  a Piccapietra, a Madre di Dio, all’edificio  della Cassa di Risparmio). Un buon lavoro è stato fatto da parte delle amministrazioni  Sansa e Pericu –con l’apporto prezioso di storici dell’arte e di architetti  internazionali, primo fra tutti Renzo Piano- sia nel senso  della rivisitazione e rivalutazione dell’antico (vedasi  il riconoscimento dell’UNESCO ai Rolli); sia  in quello della proposizione  del nuovo (ad esempio, il Porto Antico). I genovesi hanno dimostrato  di apprezzare  questi primi significativi risultati. Altrettanto hanno fatto  i turisti, italiani  e stranieri, richiamati dal passaparola  più che da  una pubblicità poco mordente, come lamenta Ezia Gavazza. Però moltissimo  resta ancora da fare.

Genova non è  “città museo”  come forse sono -me lo consenta Settis- Venezia o Firenze. Per questo  la Genova storica deve trovare sostegno  nella Genova del futuro (e viceversa). In altre parole occorre acquistare spessore e visibilità con  la realizzazione di progetti urbanistici e architettonici funzionali a darle prospettive nuove e vie nuove (penso –e qui mi collego alle idee di Piano- alla monorotaia dalla Fiera al Porto Antico, a nuove funicolari, all’allontanamento  degli automezzi privati dal centro della città con il contemporaneo  rafforzamento  delle strutture pubbliche di viabilità, al nuovo  aeroporto, e all’utilizzo, più frequente anche per eventi culturali e spettacolari di richiamo, di aree portuali  e aeroportuali dismesse). L’establishment già irride questi progetti definiti “lunari”, per privilegiare  interessi particolaristici. Certo i costi sono elevati e la politica dovrà affrontare con forza questo problema. Ci riuscirà?

Ricordiamoci  però che senza “utopie” non c’è futuro, c’è solo  immobilismo, anzi regressione; non possiamo continuare  a guardarci l’ombelico nell’illusione  di essere quella metropoli che forse non siamo mai stati. Il rilancio  culturale e ambientale  di Genova sta quindi  nella sintesi di questo binomio: passato e futuro.

Abbiamo in casa  un grande architetto genovese che, a quanto pare,  sarebbe disposto a lavorare per la città. I progetti di Piano –che ha accettato l’invito del sindaco Vincenzi- mi sembra vadano nella direzione giusta. Qualcuno dice che dietro ai suoi  disegni   “lunari” si celerebbero oscuri interessi.  Se è così, ce lo spieghi per favore. Non si può tirare il sasso e ritirare la mano. Questa  imprescindibile attenzione allo sviluppo  “futuristico” di Genova non solo  comporterà un  più elevato  godimento della città da parte dei suoi abitanti, ma contribuirà, con il suo appeal, a “fare cassa”. In questo quadro  generale di rinnovamento  i musei e gli spazi  espositivi dovranno svolgere  il loro istituzionale lavoro culturale (sarebbe  assurdo che  un “amico dei musei” ne sottovalutasse l’importanza) senza  indulgere a quelle basse  sollecitazioni  mercantili  oggi in gran voga e giustamente deprecate da Ezia Gavazza. E’ verissimo –e qui ritorno allo spunto di partenza di questo mio intervento- che non possiamo  continuare a “frugare”  nel seicento genovese nella speranza  di attirare un pubblico  che non sia quello ristretto  degli studiosi  e degli amatori del genere. L’esperienza ci dice peraltro, cara Ezia, che neppure  le mostre di arte  moderna e contemporanea (ne abbiamo viste alcune di un notevole spessore culturale sia a Villa Croce sia al Ducale) hanno attirato  le folle. A titolo di esempio, si terrà nei prossimi mesi  a Villa Croce  una mostra di Allan Kaprow (ideatore, tra l’altro,  degli “happenings”), figura  carismatica dell’arte contemporanea mondiale. Ma in quanti andranno a vederla, a studiarla?  Mi auguro in molti, ma non mi illudo.

Oggi è così, un po’ meglio di ieri, ma non troppo. Mi viene in mente  il titolo (mi riferisco  solo al titolo) di un libro di Carlo Levi: “Il futuro ha un cuore antico”. Se il grande cuore antico di questa città riuscirà a darsi  un futuro, i genovesi (e i turisti che saranno attratti  da questa vecchia-nuova Genova) renderanno forse giustizia anche ai Luca Cambiaso e agli Allan Kaprow di turno. Lasciatemi sognare.

Giorgio Teglio
Presidente Associazione Amici Musei Liguri e Palazzo Ducale