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11
Ott
2021

Contenitori per alimenti e packaging biodegradabili: quanto sono sicuri per la salute?

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I materiali biodegradabili utilizzati per la produzione di confezioni, pellicole, buste, stoviglie, vaschette e contenitori per alimenti di ogni forma, dimensione e tipologia sono davvero sicuri per la salute?

La risposta sintetica è: sì, i biopolimeri – in sostanza materiali filamentosi, con proprietà simili a quelle della plastica, ma derivati direttamente dalle piante – sono sicuri per la salute dell’uomo.

In particolare, i contenitori, piatti, posate e stoviglie per alimenti biodegradabili, ovvero progettati per il contatto diretto con i cibi freddi e caldi, sono oggi realizzati in polpa di cellulosa e altri materiali simili. Caratteristica di queste materie prima è quella di non cedere alcuna sostanza potenzialmente pericolosa per la salute dell’uomo e di non alterare in alcun modo le proprietà organolettiche delle pietanze (come specificato nei cataloghi dei fornitori che operano nel settore ho.re.ca.).

Anche il mercato dell’ingrosso buste biodegradabili è ormai da tempo florido e orientato verso l’impiego di materie prime sempre più versatili e resistenti, ma anche del tutto biodegradabili e/o compostabili, come i polimeri prodotti a partire dal semplice amido di mais.

 

Materiali biodegradabili e compostabili: l’unico futuro per un mondo davvero green?

I biopolimeri utilizzati per la produzione di packaging e altri materiali destinati al contatto con gli alimenti sono sicuri per la salute umana. Tuttavia, ciò non significa che questi prodotti non siano a loro volta responsabili di fenomeni e danni indiretti capaci di avere un loro peso sul benessere dell’uomo e, soprattutto, dell’ambiente.

Quali sono le reali differenze tra le plastiche tradizioni e i materiali biocompostabili quando se ne considera l’impatto a tutto tondo sulla nostra salute?

Scopriamolo insieme.

Plastiche VS biopolimeri: l’impatto ambientale per la produzione

Gli effetti complessivi dei materiali e dei prodotti sull’ambiente vengono determinati attraverso lo studio della cosiddetta LCA, ovvero Life Cycle Analysis (analisi del ciclo di vita). L’obiettivo di questa analisi, in sostanza, è quello di valutare l’impatto di un certo bene in tutte le fasi della sua vita, dalla produzione fino alla sua completa degradazione.

Il primo punto da considerare riguarda la quantità di energia necessaria per ottenere i materiali in questione. Per produrre un kg di materiale plastico occorre un’energia pari a circa 77/81 MJ, mentre, per la stessa quantità di biopolimeri, il dispendio energetico può oscillare tra i 25 e i 54 MJ.

In sostanza, i materiali biodegradabili impiegati per il packaging green inquinano meno delle plastiche, nella fase di produzione, perché:

  • necessitano di un consumo minore di combustibili fossili per generare l’energia impiegata nelle lavorazioni;

  • generano quantitativi minori di scarti e di acque contaminate;

  • riducono la quantità di sostanze nocive rilasciate nell’aria.

I vantaggi dei biopolimeri sul fronte dell’inquinamento ambientale appaiono evidenti. I processi di produzione di questi materiali, d’altra parte, non possono essere considerati a impatto zero, infatti:

  • sono comunque basati sul consumo di energia da combustibili fossili;

  • favoriscono la diffusione delle monoculture intensive, una tipologia di coltivazione che impoverisce il suolo spesso causando danni irreversibili;

  • spingono alla costante creazione di nuovi spazi coltivabili, alimentando indirettamente gravi fenomeni, quali il disboscamento intensivo e la distruzione di ecosistemi che ne deriva.

E per quanto riguarda gli effetti diretti sulla salute umana?

Anche in questo caso, gli effetti negativi legati alla produzione dei biopolimeri utilizzati in molti dei prodotti biodegradabili oggi di largo consumo sono diversi. Tra i più importanti spiccano:

  • il rilascio nell’aria dei fumi derivanti dalla consumo dei combustibili fossili, legati in modo diretto a molti disturbi respiratori, tra cui l’asma;

  • un maggiore impiego di fertilizzanti e di pesticidi in agricoltura, composti in più di un caso legati ad incremento del tasso di incidenza di tumori e altre patologie di grave entità (che entrano nella catena alimentare contaminando il suolo, l’aria e l’acqua,).

Plastiche e biopolimeri: l’impatto ambientale per lo smaltimento

Il principale pregio dei materiali plastici rappresenta anche il loro più grande difetto: l’eccezionale resistenza.

Le plastiche possono richiedere anche centinaia di anni prima di decomporsi in modo completo. Inoltre, in molti casi, questo lento processo è accompagnato dal rilascio di inquinanti e tossine nell’ambiente. Tra le conseguenze negative della decomposizione della plastica rientra, ad esempio, la distruzione di quei microrganismi “benefici” fondamentali per la salute degli ecosistemi, ma anche il “bioaccumulo” di questi materiali negli organismi viventi, con la contaminazione dell’intera catena alimentare, fino a raggiungere l’uomo.

Di contro, l’impatto dell’inquinamento prodotto dalla degradazione dei biopolimeri appare minimo.

Gli effetti sulla salute dell’uomo e degli animali delle sostanze rilasciate dalla decomposizione di questi materiali sembrerebbero essere nulli. Mentre alcuni dubbi permangono sulle conseguenze a livello degli ecosistemi marini, dove sarebbe stata osservata una riduzione della funzionalità delle branchie nei pesci.

Tirando le somme… materiali biodegradabili si o no?

Il packaging e i prodotti a base di biopolimeri presentano sia vantaggi che svantaggi per la salute dell’uomo.

Questi materiali vantano un impatto ecologico molto minore rispetto a quello delle plastiche, senza alcuna controindicazione diretta per la salute umana.

La loro produzione, tuttavia, richiede l’utilizzo di combustibili fossili ed è legata ad un aumento impiego di fertilizzanti e pesticidi.

In ogni caso, assieme a vetro e metallo, oggi i biopolimeri e i materiali biodegradabili rappresentano la migliore alternativa alle plastiche in termini di benessere umano e dell’ambiente.