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03
Mar
2012

Gerolamo Delfino a 70 anni dal salvataggio dei naufraghi del Galilea

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altDa oltre 50 giorni assistiamo alle vicende riferite all'incredibile affondamento della nave da Crociera Concordia che è andata a cozzare contro uno scoglio. Una brutta storia per la marineria italiana che oltre i lutti causati penalizza l'immagine e l'economia dell'Italia. In attesa di processi e sentenze, la cronaca e il gossip attribuiscono buona

 parte della responsabilità al comportamento del comandante di quella fantasmagorica città galleggiante dove dormire è tempo sprecato. Settant’anni fa alla mezzanotte del 27 marzo 1942 sulla nave Galilea 1300 soldati, in maggior parte alpini del Battaglione Gemona e di reparti servizio della Iulia, rimpatriavano dall'Albania e dormivano in maggior parte sui ponti, in quanto i posti in cabina erano solo 450. Il mare era forza sei i soldati sul ponte dormivano sotto la tempesta avvolti nelle mantelle e coperte inzuppate quando un siluro sparato da un sommergibile inglese squarciò il Galilea che iniziò a inclinarsi e sbandare. Le scialuppe di salvataggio, già insufficienti, erano per la metà inservibili per l'inclinazione, molti soldati dai ponti volarono in mare, la nave affondò con il Capitano Stagnaro che rimase al suo posto. Giulio Bedeschi in “Centomila gavette di ghiaccio” ha fatto una descrizione realistica e indimenticabile di quello strazio, i 275 superstiti hanno testimoniato storie commoventi. I superstiti dovettero la loro salvezza alla decisione coraggiosa del Capitano Gerolamo Delfino comandante del “Mosto”, uno dei cacciatorpedinieri di scorta del convoglio italiano, il quale, nonostante l'ordine tassativo di abbandonare le posizioni in caso di attacco nemico, quando vide quei ragazzi imploranti annaspare e annegare dette l'ordine “vira de bordu” (avviciniamoci) ed alle perplessità dei suoi collaboratori “...ma Comandante...” questi rispose “lo so ci sarà la corte marziale, ora soccorriamoli, mi assumo tutte le responsabilità.” Nel soccorso furono issati a bordo e salvati 275 naufraghi: alpini, marinai, fanti, bersaglieri, carabinieri e prigionieri politici greci. Il Capitano Delfino processato per insubordinazione, fu poi prosciolto dopo aver dimostrato che scaricando bombe di profondità dal Mosto era stato colpito e allontanato il sommergibile nemico ancora in agguato. Da 70 anni gli alpini nel mese di marzo commemorano i caduti del Galilea in molti comuni in particolare del Friuli e del parmense, luoghi di reclutamento del Gemona, con la presenza di alcuni reduci del naufragio, molte volte è stato presente anche il Comandante Delfino che tanti superstiti lo chiamavano “secondo papà”. I superstiti furono più volte ospiti degli alpini di Varazze; molto numerosi parteciparono nel 1987 quando portarono tra i loro parenti anche i pronipoti, quattro generazioni che dovevano l'esistenza a quel Comandante. Domenica 4 marzo a Chions (PN) saranno commemorati i caduti del Galilea e saranno presenti ancora quattro superstiti qui sono anche stati invitati gli alpini di Varazze con la figlia del comandante Delfino, Caterina, e il sindaco di Varazze con il gonfalone, sabato 3 presso il comune di Gemona, di cui era cittadino onorario il Delfino, ci sarà il ricevimento della delegazione Varazzina che prima avrà visitato il Sacrario di Cargnacco. A Varazze il 18 marzo gli alpini e gli artiglieri, provenienti da tutta Italia, ricorderanno il comandante Delfino presso il Molo a lui dedicato. La famiglia Delfino ed il comune di Varazze, perché non si dimentichi la memoria di questo illustre Comandante, hanno pubblicato a cura del Prof. Gian Luigi Bruzzone: “Il comandante Gerolamo Delfino, eroe del nostro tempo”. Bisogna riconoscere che il titolo è appropriato, specialmente nel nostro tempo, un “Uomo” da ricordare anche se non ne sentiremo parlare. (Luigi Bertino, Vice Presidente Nazionale A.N.A.) ponente varazzino)