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06
Dic
2019

La diffusione dei pagamenti elettronici

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In Italia, nel 2018, la percentuale di pagamenti al dettaglio effettuati con strumenti diversi dal contante è cresciuta del 6.8%. È quanto afferma la 17esima edizione dell'Osservatorio Carte di Credito e Digital Payments curato da Assofin, Nomisma e Ipsos (con il contributo di CRIF) e diffuso a settembre 2019. Gli sforzi del governo italiano, che sta studiando misure per incoraggiare l’uso di pagamenti tracciabili e abbattere i pagamenti in contanti, sembrano dunque destinati a buoni risultati.

Gli intenti sono naturalmente potenziare la lotta all’evasione fiscale (soprattutto dell’IVA) e ridurre le forme di pagamento “in nero”, semplificando le operazioni di monitoraggio da parte del fisco e facilitando l’emersione di operazioni sospette.

Secondo Gianfranco Torriero, vicedirettore dell’Abi, la questione “nerolandia” ha in Italia “purtroppo un peso ancora non indifferente”. E, commentando le mosse del governo, sottolinea la necessità di “ideare strumenti ad hoc, magari specifici per le diverse categorie, come ad esempio è stato fatto con il credito d’imposta per i benzinai”.

In pratica, come accade con strumenti come le carte prepagate, si tratta di creare forme di pagamento che vadano il più possibile incontro alle esigenze delle varie categorie, sia professionali che individuali, in modo da conquistare la fiducia dei consumatori.

Nonostante i progressi effettuati, infatti, (di gran lunga più netti di quelli registrati negli anni precedenti), l’Italia rimane fanalino di coda della “cashless revolution” europea. Anche se l’obbligo di accettare carte e bancomat è in vigore già da qualche anno.

Si pensi ad esempio che, nonostante la presenza in circolazione di oltre 111 milioni tra carte di credito, debito e prepagate e di oltre tre milioni di terminali Pos, nel 2017 ogni italiano ha pagato appena 55,9 volte con moneta elettronica. A mancare non sono certo gli strumenti pratici.

Secondo Alessandro Zollo, ad di Bancomat Spa, si tratta soprattutto di “una questione culturale”: basti guardare le code in autostrada ai caselli, le più lunghe dove si paga in contanti, ma tutti abbiamo almeno una carta di debito in tasca”. Si tratta della solita vecchia “ritrosia all’innovazione”, spiega ancora Zollo: “un timore di essere controllati e la paura delle frodi, senza capire però che i contanti sono molto più rischiosi”.

Eppure, per quanto lento, un cambio di mentalità è in atto. Tra i dati più interessanti, infatti, troviamo un aumento di volume costante per quanto riguarda il pagamento elettronico dei piccoli importi, segno inequivocabile di una progressiva penetrazione dell’abitudine di pagare cashless. La diffusione delle carte contactless è sicuramente decisiva: la praticità di pagare – biglietti di mezzi pubblici compresi – senza cercare contanti, aspettare il resto o ricordare un pin è un vantaggio immediato che semplifica la piccola routine quotidiana.

Inutile dire che l’e-commerce fa la sua parte e che nelle città a vocazione più turistica e internazionale il cambiamento è in atto più rapidamente. Anzi, per molti commercianti e ristoratori la scelta è stata d’obbligo, visti i continui contatti con persone già abituate a pagare con le carte ogni tipo di transazione.

In generale, nel 2018 si è registrato un record di importi che ha superato gli 80 miliardi di euro, mentre, come dicevamo, si è abbassato leggermente il valore medio delle transazioni. Per il settore specifico delle carte prepagate, invece, il discorso è leggermente diverso: a fronte di una lieve riduzione del numero di carte emesse è stata invece registrata una crescita significativa nel numero delle operazioni compiute, segno che il settore sta raggiungendo un certo grado di maturità. Con un aumento significativo del 26.5% delle transazioni effettuate, la carta prepagata si conferma uno strumento ampiamente diffuso e considerato utile dal consumatore.

Con le giuste misure e gli incentivi adatti, c’è ragione per credere che i pagamenti elettronici diventeranno presto, anche in Italia, una commodity irrinunciabile, come è già da tempo in molti paesi europei.