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GIOVANNI XXIII AI MARTEDI’ LETTERARI DEL CASINO' DI SANREMO Stampa E-mail
domenica, 11 marzo 2007 15:00

Il 13 marzo  i Martedì letterari ricordano la figura e l’opera  di papa Giovanni XXIII il “Papa Buono”. Nel Teatro dell’Opera alle ore 16.30  Marco Roncalli presenta il libro: “ Giovanni XXIII Angelo Giuseppe Roncalli: una vita nella storia. “  . Introducono l’autore Ilario Bertoletti e il curatore dei Martedì Letterari, Ito Ruscigni.
 

Contenuto

Un nuovo profilo storico di Giovanni XXIII scritto da uno specialista, pronipote del papa, che ha imparato a conoscere in famiglia il racconto di una vita straordinaria, ma che soprattutto vi ha dedicato oltre vent'anni di studi alla scuola dell'arcivescovo Loris Francesco Capovilla, segretario particolare del pontefice. Seguendo la cronologia roncalliana, il libro restituisce il profilo del papa che volle il Concilio Vaticano II. Queste pagine distruggono luoghi comuni duri a estinguersi facendo anche ricorso a testimonianze e a documenti autobiografici, quali i voluminosi "Diari" del futuro papa. La figura di Angelo Roncalli è inserita nei mutamenti sociali, la politica internazionale, le relazioni con gli uomini politici del suo tempo

Ad oltre quarant'anni dalla morte, il 3 giugno 1963, il mosaico delle fonti su papa Giovanni è ormai completo. E con i diari di Angelo Giuseppe Roncalli, i numerosi epistolari, gli omeliari, le carte familiari e quelle ufficiali, le deposizioni al processo di beatificazione, i racconti degli ultimi testimoni, i quaderni inediti, oltre al prezioso «Giornale dell'anima», alle ricostruzioni dell'avvio del Concilio Vaticano II, ai lavori di storici, vaticanisti, diplomatici ecc., è possibile scrivere la vera biografia di questo straordinario protagonista del Novecento che cambiò la storia della Chiesa e del mondo. Lo dimostra questo nuovo profilo storico scritto da uno specialista che ha imparato a conoscere in famiglia il racconto di una vita straordinaria, ma che soprattutto vi ha dedicato oltre vent'anni di studi e ricerche alla scuola dell'arcivescovo Loris Francesco Capovilla, segretario particolare del pontefice. Marco Roncalli scandaglia l'intera parabola umana e spirituale di Angelo Giuseppe Roncalli vagliando importanti materiali d'archivio, in una prospettiva che rende conto di scenari tra la Chiesa e il mondo, ma attenta anche a cogliere i tratti profondi via via del sacerdote, del vescovo, del pontefice, nella sua personalità, nel significato dei suoi gesti e dei suoi metodi di lavoro, nel valore delle sue relazioni, nell'esito delle sue scelte, nella forza delle sue virtù al contempo pubbliche e private. Queste pagine distruggono luoghi comuni duri ad estinguersi esplorando le reali attese del papa circa i problemi della fede e dell'annuncio del Vangelo, i mutamenti sociali o il dialogo ecumenico, la politica italiana negli anni del Centro Sinistra, quella internazionale alla ricerca della pace. L'opera delinea infine le relazioni di Roncalli con gli uomini del suo tempo che ebbero la ventura di mettere i loro occhi nei suoi: dai familiari ai compagni di studi, dai collaboratori ai tanti diversi interlocutori in ogni tappa del suo itinerario, dai prelati nella curia romana ai presuli alla guida di tante diocesi sparse nel globo, dai potenti del mondo ricevuti nelle udienze, ai bambini, ai carcerati, agli ammalati, dai politici agli intellettuali. Il ritratto convincente di uno degli uomini più amati della storia, che volle essere il fratello di tutti, pronto a ricorrere alla medicina della misericordia, desideroso di unità, ma fermo e deciso nei principi, nei richiami all'essenzialità del messaggio cristiano. Un conservatore? Un rivoluzionario? O un innovatore? Un uomo legato alle radici, al patrimonio della Tradizione, ma capace di disegnare il futuro con senso di responsabilità. In grado di leggere nella storia e di scrutare i nuovi segni dei tempi.

Marco Roncalli è nato a Bergamo nel 1959.

Laureato in giurisprudenza, giornalista e saggista, collabora alle pagine culturali di varie testate ed è autore di volumi scientifici e di alta divulgazione sulla storia della Chiesa e il papato (con diverse opere su Giovanni XXIII), sulla cultura del primo Novecento in Italia (indagato con l'edizione d'importanti carteggi inediti), sul tema del viaggio e del pellegrinaggio (si ricordano "Il Tigri e l'Eufrate: i fiumi del Paradiso" nel 1992 e "Giubileo Sacro e Profano" nel 1999), Carteggio 1923-1962 ( 2005)

Autore per la Rai di documentari sul papa del Concilio, è stato consulente storico per autore e registi-italiani e stranieri- che hanno affrontato questo soggetto.

Ilario Bertoletti è direttore editoriale della Morcelliana. Insegna Editoria presso l’Università Cattolica di Brescia.

Ha curato l’edizione italiana di testi di Ricoeur, Valadier, Aubenque, e pubblicato, tra gli altri, saggi su Kant, Croce, Kafka, Adorno.

Scrisse Giovanni Paolo II:

“ Di Papa Giovanni rimane nel ricordo di tutti l’immagine di un volto sorridente e di due braccia spalancate in un abbraccio al mondo intero. La ventata di novità da lui portata non riguardava certamente la dottrina, ma piuttosto il modo di esporla: nuovo era lo stile nel parlare e nell’agire, nuova la carica di simpatia con cui egli avvicinava le persone comuni e i potenti della terra. Fu con questo spirito che egli indisse il Concilio Ecumenico Vaticano II, col quale aprì una nuova pagina della storia della Chiesa.”
 

Intervista al pronipote del Pontefice, il giornalista e saggista Marco Roncalli

Quali sono i luoghi comuni che intende sconfessare circa la vicenda umana e spirituale del Beato e amatissimo Pontefice Giovanni XXIII?  
 
Marco Roncalli: Direi che sono molti. Emergono con chiarezza se si vagliano con attenzione tutte le fonti roncalliane, in particolare quelle inedite: penso a certi quaderni giovanili, alle agende o diari, ad alcuni epistolari od omeliari, ma mi riferisco anche a documentazione che riguarda la sua figura emersa da vari archivi e conosciuta da pochi specialisti nei convegni più recenti. E possiamo cominciare da lontano. Pensiamo al logoro cliché di un Roncalli contadino quasi depositario di una sapienza ancestrale. E’ vero le radici sono importanti, la sua famiglia pure, ma non dimentichiamoci che è entrato da bambino in seminario e quella è stata subito la sua nuova famiglia. Il seminario ha formato l’uomo e l’uomo di Chiesa.  

Insomma l’estrazione sociale di Roncalli non è un fatto secondario (sebbene comune a larga parte del clero settentrionale all’inizio del Novecento): derivano probabilmente da lì certa tenacia e costanza, unite a un forte senso pratico e al rispetto dei tempi necessari a ogni ciclo (emblematicamente il momento della “semina” e quello del “raccolto” o la “fedeltà alla terra”), tutti elementi del suo carattere. E da lì deriva anche una certa armonia tra natura e sopranatura, un modo di vivere il presente guardando il futuro con una fiducia incondizionata nella provvidenza di Dio. Però, ripeto, il cliché del Roncalli prodotto esclusivo di una cultura contadina, o del figlio della campagna diventato Papa che non dimentica gli “ultimi”, come se appunto le radici di Roncalli sic et simpliciter potessero spiegarci tutto, non regge da solo. E’ invece a cominciare dagli anni di seminario, che senza rompere o attenuare il legame con i suoi e la sua terra, matura presto in lui la coscienza di essere membro della Chiesa universale. Eletto Papa disse subito che la sua famiglia era il mondo.  

Altro clichè quello di un Roncalli semplice semplice, mentre chi studia la sua vita ha davanti non solo una figura complessa, ma una figura dove la cultura ha avuto un ruolo importante, gli studi, gli incontri con scrittori, filosofi, teologi, eccetera, lungo tutta la vita. Così, esplorando gli archivi, troviamo un giovanissimo Roncalli che è sì quello sin qui noto del “Giornale dell’anima”, il suo zibaldone spirituale, ma anche quello di un seminarista molto sensibile, attento agli orizzonti più vasti della cultura del suo tempo. Eccolo all’alba del Novecento ben consapevole del rapporto problematico tra tradizione e rinnovamento, della necessità di una progressiva attenzione della Chiesa alle nuove istanze culturali. Chi ad esempio sfoglia un suo quaderno di appunti inediti da lui intitolato “Ad omnia”, lo vede interrogarsi non solo sul fenomeno del “modernismo”, una tempesta attraverso la quale passa anche lui, ma anche sull’ “americanismo: monsignor John Spalding, John Ireland, il Cardinal James Gibbons, con le loro ipotesi ecclesiologiche, la loro concezione del confronto ineludibile tra il cristianesimo e la modernità.  

Altro punto: spesso si è fatto passare Papa Giovanni per un Papa debole, che subiva. Invece, se proprio non si vogliono pesare in modo corretto i suoi gesti, basta leggere le sue agende o diari per rendersi conto di quanto sapesse muoversi con piglio. Alcuni biografi hanno detto che Giovanni XXIII leggeva all’ultimo minuto testi preparati da altri. Niente di più falso. Diverse note diaristiche documentano giornate tutte occupate a preparare di suo pugno discorsi. Scrive ad esempio il 28 giugno 1962: “Giornata di vigilia di S. Pietro: tutta occupata a preparare il discorso a S. Pietro dopo i Vespri. Mi costò un poco il combinarlo, parola per parola come faccio, e tutto da me in queste circostanze. Ma infine anche se non sempre sono incantato di me stesso, sono contento di compiere una funzione, e di trasfondere nel clero, e nei fedeli un sentimento che è tutto mio. Papa lo sono per volontà del Signore che mi è buon testimonio: ma di essere pappagallo che ripete a memoria il pensiero e la voce altrui, proprio mi mortifica”.  

Certo probabilmente era nato – usando uno slogan – “per benedire e non per condannare”, ma il suo essere umile o gentile non equivaleva a essere debole o accomodante. Certo meno decisionista del suo predecessore tuttavia lasciava la mitezza quando diventava un alibi per gli altri. Penso al maggio del ’62, perdurando la cosiddetta crisi dell’esegesi biblica, e vista la latitanza dell’omonima commissione, per non dire degli attriti nei confronti del lavoro del Cardinale Agostino Bea, sempre più attivo nella preparazione del Concilio, scrisse al Cardinale Eugenio Tisserant una lettera che pare un ultimatum: “O la commissione biblica intende muoversi, lavorare e provvedere, suggerendo al Santo Padre apprestamenti opportuni alle esigenze dell’ora attuale; o val la pena che si sciolga e l’autorità superiore provveda in Domino ad una ricostituzione di questo organismo. Ma occorre assolutamente togliere l’impressione circa le incertezze che circolano qua e là, e non fanno onore a nessuno, di timori circa posizioni nette che conviene prendere circa indirizzi di persone e di scuole [...] Sarebbe motivo di grande consolazione se colla preparazione del concilio ecumenico si potesse riuscire ad una commissione biblica di tale risonanza e dignità da divenire punto di richiamo e di rispetto per tutti i nostri fratelli separati che, abbandonando la Chiesa cattolica, si rifugiarono come a scampo e a salvezza sotto le ombre del Libro sacro, variamente letto ed interpretato”.  

Questo dato emerge anche nei rapporti con i suoi collaboratori. Quando qualcuno faceva qualcosa di non gradito pur attento a salvaguardare i rapporti non temeva di farlo capire ai suoi interlocutori. E’ accaduto specialmente con il Cardinale Alfredo Ottaviani, ma anche con il Cardinale Angelo Dell’Acqua. Un esempio? Quest’ultimo – all’indomani della crisi ministeriale dell’inverno 1961 che aveva avuto al centro Fanfani – si era accorto che il Papa era piuttosto freddo con lui. Motivo? Si era venuti a sapere che il Sostituto della Segreteria di Stato Dell’Acqua aveva mangiato a casa Fanfani e la cena familiare era diventata grazie al passaparola in Curia un incontro per la definizione della squadra di governo con il ruolo rilevante di Dell’Acqua. La pronta chiarificazione del Sostituto fu occasione per sentire dal Papa parole di smarcamento dalle questioni politiche italiane: “Mi avevano detto altrimenti e mi dispiace! Noi non possiamo occuparci in questioni che riguardano esclusivamente lo Stato italiano; non siamo noi che dobbiamo intervenire in questa materia, compilare la lista! Ero però pronto a toglierle l’amicizia”. Gli esempi con Ottaviani sono più numerosi. E così Giovanni XXIII interviene direttamente su Ottaviani, quando è preoccupato dell’identità del Sant’Uffizio che rischia di essere non più come scrive sul suo diario quel “monastero di strettissima clausura lasciato al suo compito, severo certamente ma riservatissimo, in quanto concerne la vigilanza, la custodia, la difesa della dottrina e dei precetti del Signore”, non più la “Suprema Congregazione della quale è il Papa il vero Superiore” e “dalla cui autorità tutto deve dipendere e di diritto e di fatto dipende, almeno negli affari più importanti e significativi”, ma il “baluardo” attorno al quale, pur nella prospettiva di difendere i valori cristiani, si finisce per fare politica spicciola…  

Anche recentemente si è parlato di un Papa ingenuo davanti a Kruscev. Leggiamo cosa scrive Giovanni XXIII sul diario il 20 settembre 1961, dopo che per la prima volta – commentando il radiomessaggio papale del 10 settembre – il leader sovietico parlava bene del Papa. Questo il suo commento più intimo: “A sera alla Tv c’è la comunicazione di Kruscev, il despota della Russia, alle mie invocazioni agli uomini di stato per la pace: rispettose, calme, comprensibili. Credo sia la prima volta che le parole invitatrici alla pace del Papa siano state trattate con rispetto. Quanto alla sincerità delle intenzioni di chi tiene a professarsi ateo e materialista, anche quando dice bene dalla parola del Papa, il crederci proprio è tutta un’altra cosa. Intanto meglio questo che il silenzio o il disprezzo. Deus vertat monstra in bonum”. Può bastare?  
 

Marco Politi scrive su Repubblica:

“Fu Giovanni XXII a togliere dai libri liturgici l’odiosa formula rivolta ai “perfidi giudei”. Questo è noto a tutti.  Ma pochi sanno che lo stesso pontefice  volle eliminare dal catechismo l’espressione “ perfidia maomettana” e si premurò perché non ci fossero più messe “contro i pagani”, bensì  celebrazioni “  per la difesa della Chiesa”. Egualmente volle che nei riti non si invocassero più la fine dello “scisma” ma si pregasse per l’unità dei cristiani.

Ripercorrendo la sua storia, appare evidente che al di là del santino del “Papa Buono”, immagine rimasta impressa dopo la sua morte nel cuore di milioni di persone, Giovanni XXII era un uomo non privo di contraddizioni e al tempo stesso fornito di un istinto interiore- un filo rosso interno all’anima, si potrebbe dire- che lo ha guidato con sicurezza a diventare quel grande personaggio, che di è dimostrato nella storia della Chiesa Cattolica e del Novecento.

…. Marco Roncalli, il saggista suo nipote, ripercorre la vicenda in un’opera monumentale . Il libro è frutto di una disamina minuziosa di tutta la documentazione su Giovanni XXIII: nota e inedita o conosciuta da pochi specialisti o non ancora pubblicata interamente come il Diario del grande pontefice. Un lavoro essenziale per restituirci papa Roncalli al di là di ogni cliché. E che ci fa rivivere soprattutto lo stile di lavoro del pontefice, segnato da un mix di audacia  e di prudenza. ..” 







 
 
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