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La Costituzione ha sessanta anni. Approvata dalla Assemblea Costituente con una larghissima maggioranza, e promulgata da Enrico De Nicola, Umberto Terracini e Alcide De Gasperi, è entrata in vigore il 1 gennaio 1948. Sessanta anni di vita sono tanti, se si pensa alla maggior parte delle carte costituzionali; pochi, se si pensa all’età ben più ragguardevole della Costituzione degli Stati Uniti (oltre duecento anni). Celebrarli – per non limitarsi ad una manifestazione retorica - vuol dire rendersi conto di cosa la Costituzione significa; di come essa è stata effettivamente attuata in questo sessantennio; di quanto è attuale, in un contesto (politico, economico, sociale) profondamente cambiato rispetto al momento della sua emanazione; e di quale sua parte può e dev’essere modificata (e come), per continuare ad assicurarle validità..
Dopo un dibattito politico appassionato e di altissimo livello, confluirono nella Costituzione tre grandi filoni politici e ideali, di ispirazione cattolico–democratica, socialista e comunista, e liberal–democratica: “un compromesso elevato”, in cui esprimere sia i valori della rinascita del paese dal passato della dittatura fascista, dalle distruzioni della guerra, dalla lotta fratricida, sia quelli della futura convivenza.
La Costituzione, , in primo luogo, ha significato il rifiuto di ciò che il fascismo aveva rappresentato: la compressione delle libertà civili e politiche e del pluralismo politico, il totalitarismo statale, il controllo autoritario del pluralismo sociale e la concentrazione del potere, il bellicismo. In secondo luogo, ha espresso i valori fondanti della convivenza (i principi fondamentali e i diritti e i doveri dei cittadini): un impegno comune, nonostante la diversità politica, ideologica e culturale, che vi era fra i partiti protagonisti del dibattito e delle scelte nell’Assemblea Costituente.
I principi di democrazia, di valore fondante del lavoro, di personalismo, di pluralismo, di solidarietà, di eguaglianza e pari dignità sociale, di pacifismo – su cui si fonda la nostra Costituzione ed in cui si radicano i diritti ed i doveri espressi da essa − sono patrimonio di tutti, non di una maggioranza o di un’opposizione, perché esprimono la realtà fondante e inalienabile della condizione umana.
Qualcuno lamenta che la nostra Costituzione sia troppo poco “economica”, perché non parla (o soltanto adesso, e marginalmente, parla, con la recente modifica dell’art. 117) di concorrenza, di mercato, di competitività, al pari ad esempio dei trattati europei; o che essa sia troppo “lavorista”. In realtà, da un lato, l’ampiezza delle previsioni costituzionali consente di ricomprendere anche valori “nuovi”, rispetto al momento della emanazione della Costituzione (come la privacy, l’ambiente, l’adesione alla prospettiva sopranazionale europea ed il riconoscimento della concorrenza e del mercato); da un altro lato, l’esasperazione della dimensione economica e di mercato, tipica della globalizzazione, giustifica ampiamente l’ottica personalistica e lavoristica della nostra Costituzione. Basta pensare allo scandalo, purtroppo quasi quotidiano, delle morti sul lavoro, ed a come esso rende drammaticamente attuali e inattuati i principi costituzionali in materia.
A differenza della prima parte, la seconda parte della Costituzione – dedicata all’ordinamento della repubblica – risente più direttamente del contesto in cui venne emanata: la debolezza del governo e dello Stato; l’occupazione militare e la lotta di classe nel Nord del paese; la guerra fredda e i blocchi contrapposti di Yalta. Un contesto nel quale la contrapposizione fra partiti e l’incertezza sul futuro rendevano inevitabile il ricorso ad una prospettiva fortemente garantista, di equilibrio fra i poteri, per evitare il rischio di un nuovo autoritarismo. Da ciò la rinunzia agli strumenti per un rafforzamento del potere esecutivo; e la premessa perché i partiti, nella lotta fra di loro per la conquista del potere, trasformassero la loro supplenza alle istituzioni in una progressiva conquista di esse.
Sotto questo aspetto, il dibattito attuale per la modifica della seconda parte della Costituzione è necessario per rimuovere gli inconvenienti di un “bicameralismo perfetto”; per garantire all’esecutivo stabilità, efficienza e capacità di decisione; per assicurare equilibrio fra istanze di unità e di autonomia, fra centralismo e localismo. Ad una condizione, però: che quel dibattito non diventi pretesto per una contestazione globale dell’impianto costituzionale, tuttora valido; che) esso non sia soltanto il frutto delle oscillazioni e dei cambi di maggioranza politica, ma recuperi – almeno entro certi limiti – lo spirito, la coesione, la maggioranza con cui la Costituzione venne approvata sessanta anni addietro.
E’ da augurarsi, cioè, che la Costituzione venga tuttora percepita come un qualcosa di tutti, non dell’una o dell’altra maggioranza: e che di tutti essa realmente rima |